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{{nota disambigua}}
{{quote|Quel ramo del [[lago di Como]], che volge a Mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e al rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e da un'ampia costiera dall'altra parte.|''I promessi sposi'', incipit}}
{{Libro
|titolo= I promessi sposi
|titoloalfa= Promessi sposi, I
|immagine= I promessi sposi - 2nd edition cover.jpg
(contracted; show full)o|Seicento]] è il protagonista immanente in ogni pagina del romanzo e simbolo del fortissimo gusto storico del Manzoni che lo critica nei suoi limiti e difetti. Nel primo capitolo l'autore parla ampiamente della situazione sociale, morale, politica e giuridica all'inizio del XVII secolo. L'incontro di [[don Abbondio]] con i bravi, espressione della violenza e della prepotenza dei signorotti, è un eloquente esempio. "L'impunità era organizzata ed aveva radici che le ''grid
ea''<ref>http://www.treccani.it/enciclopedia/grida/</ref> non toccavano, o non  potevano smuovere" e i luoghi di culto godevano del [[diritto di asilo]] per i ricercati dalla legge. Lo scrittore aggiunge: "Tali eran gli asili, tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio" <ref>http://www.treccani.it/vocabolario/puntiglio/</ref>. "Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni". 

Le caratteristiche principali che emergono in questa società violenta sono:
* la violenza e l'ingiustizia diffuse: le prevaricazioni fisiche dei soldati spagnoli nei confronti dei contadini e delle donne delle campagne di [[Lecco]] e nelle intimidazioni dei [[bravi]] nei confronti di [[don Abbondio]];
*  la corruzione morale dei potenti: protagonista esemplare di tale condizione è [[don Rodrigo]], l'emissario dei [[bravi]], che opprime il prossimo per malvagi interessi personali;
*  l'inefficienza della legge: la prima dimostrazione è proprio nella quantità di ''grida'' promulgate contro i [[bravi]] riportate nel primo capitolo, che non sortivano alcun effetto positivo;
* l'incapacità e la complicità delle istituzioni: gli stessi governanti che fanno le leggi non sono capaci di farle rispettare e, anzi, diventano complici dei violenti e dei potenti. Proprio come il [[podestà]] di [[Lecco]] che, invece di contrastare la prepotenza di [[don Rodrigo]] fa parte dei commensali seduti alla sua tavola (capitolo V). 
      
Il critico [[Luigi Russo]] ha ben evidenziato come il [[XVII secolo|Seicento]] sia il protagonista del romanzo. Il gusto della stampa seicentesca è presente in molti capitoli: l'Introduzione con la finzione del manoscritto ritrovato, la descrizione dei [[bravi]] nel capitolo primo, il linguaggio militaresco e cancelleresco del secondo capitolo ("neutralità disarmata", "alla retroguardia", "giorno di battaglia", "consulte angosciose", "guadagnar tempo"), nel terzo capitolo le grida nelle mani di [[Azzeccagarbugli]] con i ritratti dei dodici Cesari nello studio di un leguleio appartenente da un secolo fanatico delle monarchie autoritarie. Si tratta di un secolo esteriore e [[farisaico]] in cui dominano il puntiglio <ref>http://www.treccani.it/vocabolario/puntiglio/</ref> e l'orgoglio. [[Don Rodrigo]] muove tutta l'azione per spuntare un impegno, per tenere fede ad una vile scommessa; il [[conte Attilio]] e il [[conte Zio]] devono sostenere l'onore del casato; il [[padre provinciale]], l'onore dell'abito; il [[podestà]], l'onore della formale dottrina giuridica; [[don Ferrante]], l'onore della scienza umbratile e inutile e quello delle buone regole ortografiche. Il cancelliere [[Antonio Ferrer]], per tutelare  l'onore del governo, prima abbassa il prezzo del pane, e poi sguinzaglia i suoi bargelli; don [[Gonzalo Fernáandez de Cóordoba]] (governatore spagnolo di [[Milano]]), per salvare l'onore di un trono conduce una guerra funesta per la conquista di [[Casale Monferrato]]. Più cupo di tutti il principe-padre che per forte pregiudizio dell'onore e del decoro sacrifica e manda alla perdizione una figliola: [[Gertrude]], la quale è una figlia del secolo che obbedisce alle leggi della falsa religiosità. Il [[padre della Monaca di Monza]]principe-padre le aveva detto: " Il sangue si porta per tutto dove si va", "comanderai a bacchetta", "farai alto e basso". In convento Gertude ([[monaca di Monza]]) si sente la figlia del principe; educanda, gode di distinzioni e privilegi; monaca, è "la signora".<ref>[[Luigi Russo]], ''Ritratti e disegni storici'', seconda serie, Beri, Laterza, 1946, pp. 7-13</ref> Russo afferma che "la menzogna del secolo vive nel sangue dei vari personaggi, c(contracted; show full)ve abbandonare si compone di un gesto che è tra i più belli che la poesia italiana ha saputo attribuire alle creature femminili. È la grande notte di Lucia, il suo paesaggio trepido e segreto: senza l'"Addio" Lucia non avrebbe mai rivelato la parte più gelosamente custodita del proprio cuore. Il notturno vigilante del lago è uno dei più belli di malinconia e serenità della poesia italiana.<ref>[[Giovanni Getto]], ''Lettere italiane'', 1961, pp. 428-32.</ref>


Attraverso i pensieri di [[Lucia]] il paesaggio è visto in modo soggettivo, come riflesso di uno stato d'animo. Le principali componenti sono due: l'immagine tranquilla e serena del chiaro di luna che accompagna la silenziosa traversata del lago, in contrasto con il turbamento dei protagonisti per i pericoli appena corsi e gli affanni per l'incerto avvenire, il dolore per l'esilio, per l'abbandono del proprio paese a causa della malvagità altrui, con l'infrangersi dei desideri e degli affetti quotidiani. Solo la speranza del ritorno e la fiducia nella [[provvidenza]] divina ricompongono l'armonia della vita.

===In convento a Monza===
Giunta al convento "pochi passi distante da Monza", Lucia viene accompagnata dal padre guardiano al convento di Monza dove vive Gertrude, la "signora" (la cui storia è ispirata a quella di suor Maria Virginia de Leyva) che prende la giovane sotto la sua protezione. Dopo l'incontro con Lucia, Manzoni racconta la biografia della monaca di Monza.
(contracted; show full)gire e si ripara nella zona di Bergamo, nella Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo, che lo ospita e gli procura un lavoro sotto falso nome. Intanto la sua casa viene perquisita e viene fatto credere che sia uno dei capi della rivolta. Nel frattempo il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, chiede a suo zio, membro del Consiglio Segreto, di far allontanare fra' Cristoforo, cosa che il conte ottiene dal padre provinciale dei cappuccini. In questo modo padre Cristoforo viene trasferito a Rimini.


L'analisi che [[Manzoni]] compie della crisi frumentaria del [[1628]] (capitolo XII) è principalmente di natura economica, con l'individuazione delle cause primarie (la scarsità dei raccolti) e secondarie (l'economia di guerra), con l'indicazione dei provvedimenti necessari (organizzazione e ottimizzazione delle risorse, politica dei prezzi di mercato) e con la denuncia degli errori commessi (artificiosità del [[calmiere]] sul costo del pane). Ma il problema della carestia è affrontato anche da un punto di vista morale e sociologico. Innanzitutto c'è una aspra critica alla politica militare che implica uno spreco di risorse economiche ancora più grave in tempo di carestia; poi una denuncia dell'incapacità delle pubbliche istituzioni di affrontare l'emergenza, fino al populismo di [[Ferrer]] che, per placare il malcontento popolare, impone il [[calmiere]] dei prezzi: provvedimento "insensato ed iniquo" che provocherà danni molto maggiori. 

È un grande quadro della follia umana, una visione di violenza e di stoltezza, ma sollevata da un'ironia senza punte e cordiale. All'irrazionale moto della folla i singoli personaggi si mescolano e si acconciano. La folla che ha perduto i lumi crede di aver ragione e se non gliela danno, se la fa con le sue mani. Renzo s'inserisce meccanicamente nella massa urlante e trova nel coro la sua voce segreta mille volte ripetuta. È un capitolo epico od eroicomico degli imbrogli e delle inversioni di questo mondo. I luoghi topici dell'episodio sono la "profondità metafisica" del capitano di giustizia, il chilo agro del Vicario di provisione, la frusta del cocchiere, il Ferrer. Ogni gesto in questa prospettiva di umana follia è innalzato nel cielo della poesia per l'efficacia liberatrice del sorriso manzoniano.<ref>[[Mario Sansone]], ''L'opera poetica di Alessandro Manzoni'', Milano-Messina, Principato, 1947, pp. 319-22.</ref>
Il popolo, la massa, non è sullo sfondo ma si muove, si agita, insorge, infuria: è il coro del grande romanzo, è un personaggio collettivo. La folla ha mille volti e mille voci, ricca, mutabile ed irrequieta nei suoi sentimenti: dalla preghiera alla bestemmia, dall'amore all'odio, dall'imprecazione all'esaltazione, dal comico al tragico, dall'[[epico]] all'[[elegia|elegiaco]]. Il preannuncio della sollevazione è dato da un'animazione fuori dell'ordinario: "un ronzio crescente nella starda", "uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, a far crocchi". È una moltitudine anonima, un gregge senza capo accozzato insieme da un sentimento comune, che qualcosa bisognerà pur fare. Si tratta di una massa grigia di automi, ognuno dei quali contagia e ossessiona l'altro con un gruzzolo di parole ripetute fino alla noia e alla sazietà.<ref>Mario Biagini, ''Introduzione ai "Promessi Sposi"'', Milano-Messina, Principato, 1952, pp. 145-48.</ref> 

[[Manzoni]] descrive i comportamenti del popolo cittadino e analizza la psicologia di massa esprimendo giudizi polemici su comportamenti irrazionali delle classi subalterne nei momenti di maggiore crisi. L'attenzione alle masse popolari e alle loro manifestazioni anche violente di protesta, soprattutto nelle città, è un fatto notevole nella letteratura dell'[[Ottocento]].  Questo è il periodo storico in cui la presenza e il peso sociale di queste classi assume una sempre maggiore importanza in rapporto allo sviluppo della società industriale. Le scene descritte nei ''Promessi Sposi'' possono trovare un interessante confronto con le pagine corrispondenti, ad esempio, del noto romanzo ''[[L'educazione sentimentale]]'' di [[Gustave Flaubert]] e, in [[Italia]], con le ultime pagine di ''Rubè'', [[romanzo]] di [[Giuseppe Antonio Borgese]].È un grande quadro della follia umana, una visione di violenza e di stoltezza, ma sollevata da un'ironia senza punte e cordiale. All'irrazionale moto della folla i singoli personaggi si mescolano e si acconciano. La folla che ha perduto i lumi crede di aver ragione e se non gliela danno, se la fa con le sue mani. Renzo s'inserisce meccanicamente nella massa urlante e trova nel coro la sua voce segreta mille volte ripetuta. È un capitolo epico od eroicomico degli imbrogli e delle inversioni di questo mondo. I luoghi topici dell'episodio sono la "profondità metafisica" del capitano di giustizia, il chilo agro del Vicario di provisione, la frusta del cocchiere, il Ferrer. Ogni gesto in questa prospettiva di umana follia è innalzato nel cielo della poesia per l'efficacia liberatrice del sorriso manzoniano.<ref>[[Mario Sansone]], ''L'opera poetica di Alessandro Manzoni'', Milano-Messina, Principato, 1947, pp. 319-22.</ref>

===L'Innominato===
[[Immagine:I promessi sposi - Innominato.jpg|thumb|L' Innominato]]
Don Rodrigo chiede aiuto all'Innominato, potentissimo e sanguinario signore, che però da qualche tempo riflette sulle proprie responsabilità, le vessazioni di cui si è reso autore o complice per attestare la propria autorità sui signorotti e al di là della legge, e il senso della propria vita. Costui fa rapire Lucia dal Nibbio, con l'aiuto di Egidio e la complicità di Gertrude, e Lucia viene portata a(contracted; show full)
  
In tale capitolo si parla anche di Cecilia, "di forse nov'anni", che, ormai morta, è posta sul carro dei monatti dalla madre, che li implora di non toccare il piccolo corpo composto con tanto amore, e chiede poi di tornare dopo a "prendere anche me e non me sola" (per questo episodio Manzoni trasse ispirazione dal ''De pestil
aentia'' di [[Federigo Borromeo]]).

La descrizione della carestia, della fame, della calata dei [[Lanzichenecchi]]  sono prove corali dell'immensa rappresentazione della peste. La peste descritta nel romanzo ha il carattere della necessità: superflua perciò ogni nota storica. Il prologo del dramma è nella descrizione di [[don Rodrigo]] preso dal contagio. La peste appare nel suo vario orrore quando Renzo viene al suo paese e poi a Milano. Nella descrizione della città colpita dal morbo è una spaventevole verosimiglianza: non più la luce dell'alba cara al Manzoni ma la spietata intensità del sole a picco. La descrizione dei carri dei [[monatti]] è pagina potente e sinistra. Un'immagine di follia è nella corsa del cavallaccio spinto dal frenetico cavaliere. L'accordo dei vari temi dell'episodio si rivela però nelle note soavi della scena della madre di Cecilia, nell'umoristico contrasto tra l'angoscia dell'ambiente e il comico errore dei monatti su Renzo scambiato per [[untore]], nell'idillica visione dell'ospedale degli innocenti, dove i bimbi allattati da donne e da capre suggeriscono il senso di una società favolosa come l'età dell'oro.<ref>[[Francesco Flora]], ''Storia della letteratura italiana'', Milano, Mondadori, 1940, vol.III, pp. 243-45.</ref>

Le principali fonti storiche utilizzate dal Manzoni furono: ''De peste quae fuit anno 1630'' ("La peste del [[1630]]") di [[Giuseppe Ripamonti]], ''Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste'' di Alessandro Tadino,<ref>Capitolo XXXI</ref> nonché l'opera di [[Federigo Borromeo]] ''De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit'' ("La peste che produsse grande strage a [[Milano]] nel [[1630]]").

===La madre di Cecilia===
Nel capitolo XXXIV la scena della madre di Cecilia suscita una "commozione straordinaria" in [[Renzo]] e nei lettori per la tragica dignità e delicatezza della donna e del suo amore di madre, esaltate nello stridente confronto con la lugubre, violenta realtà circostante. La costruzione espressiva dell'immagine si basa proprio su una serie di contrasti ben visibili nell'accostamento di termini antitetici collegati da forme oppositive e negative: la giovinezza della donna è "avanzata, ma non trascorsa", la bellezza è "offuscata, ma non guasta", "la sua andatura era affaticata ma non cascante", "gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante", e la bambina sembra ancora viva, "se non che una manina bianca a [[guisa]] cera spenzolava da una parte". Il sentimento di pena e l'emozione che ne deriva è evidente anche negli inusuali comportamenti del "turpe [[monatto]]", anch'essi d'altra parte in forte contrasto, opposti a quelli abituali di tali personaggi.

=== Conclusione ===
Infine i due promessi si incontrano nel [[Lazzaretto di Milano]], dove Renzo era andato alla ricerca di Lucia. Con l'aiuto di padre Cristoforo superano lo scoglio rappresentato dal voto di Lucia e tornano al loro paese dove don Abbondio prima tentenna, poi acconsente a celebrare le nozze (avuta conferma della morte di Don Rodrigo). Si trasferiscono infine nel bergamasco; Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli. Hanno una prima figlia che chiamano Maria, come segno di gratitudine alla Madonna, e poi ne arriveranno altri.<br />

Nel finale dell'opera si concentrano i seguenti temi:
* il rapporto con il propruio paese ("la patria è dove si sta bene");
* la complessità dei rapporti e sentimenti umani ("Son que' benedetti affari, che imbroglian gli affetti");
* la "provvidenzialità" della peste ("se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male");
* la nascita della piccola [[borghesia]] industriale;
* il realismo della vita quotidiana.  

Il significato dell'opera suggerito da Manzoni è che con la fede in Dio tutti i problemi e le disgrazie si possono superare ("conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore"). Manzoni, traslando le problematiche del suo tempo in questo contesto romanzesco lascia inoltre una morale di grande importanza: è il popolo, nella sua condizione povera e umile, il vero protagonista della storia. Dio istituisce secondo Manzoni una Provvidenza che non decide al posto dell'uomo, ma determina un perpetuo equilibrio, pertanto il popolo deve giustamente cercare di riscattarsi e reclamare il proprio diritto di vivere e lasciare un proprio segno nella storia. <ref>"Manzoni, col "sugo" della storia nella chiusa dei ''Promessi sposi'', lascia intendere che il libro è un [[romanzo a tesi]]; e fiumi d'inchiostro si sono versati in proposito. Ma potrebbe anche sostenersi che il libro è un romanzo ''di'' tesi, un teorema con più ipotesi compresenti e alternative, un «romanzo di idee sotto specie di romanzo storico» (cfr. Caretti, cit., p.32)" Pietro Gibellini, ''La parabola di Renzo e Lucia. Un'idea dei "Promessi sposi"'', Morcelliana, Brescia, 1994; si veda anche, quale superamento della banalità del preteso "lieto fine", Ezio Raimondi, "Il romanzo senza idillio : saggio sui Promessi Sposi",  Einaudi, Torino, 1974 e successive edizioni.</ref>

Manzoni chiude il romanzo con riflessioni moralistiche ma anche con ironia attraverso la battuta finale:" Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete he non s'è fatto apposta". Qui, oltre alla tradizione teatrale, lo scrittore fa sicuramente riferimento all'esortazione dello scrittore latino [[Fedro]] che, rivolto al lettore, nelle sue favole così lo incoraggiava:" Sopporta con un po' di pazienza il mio libretto".Le principali fonti storiche utilizzate dal Manzoni furono: ''De peste quae fuit anno 1630'' ("La peste del [[1630]]") di [[Giuseppe Ripamonti]]; ''Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste'' di [[Alessandro Tadino]]. <ref>Capitolo XXXI</ref>

=== Conclusione ===
Infine i due promessi si incontrano nel [[Lazzaretto di Milano]], dove Renzo era andato alla ricerca di Lucia. Con l'aiuto di padre Cristoforo superano lo scoglio rappresentato dal voto di Lucia e tornano al loro paese dove don Abbondio prima tentenna, poi acconsente a celebrare le nozze (avuta conferma della morte di Don Rodrigo). Si trasferiscono infine nel bergamasco; Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli. Hanno una prima figlia che chiamano Maria, come segno di gratitudine alla Madonna, e poi ne arriveranno altri.<br />
Il significato dell'opera suggerito da Manzoni è che con la fede in Dio tutti i problemi e le disgrazie si possono superare. Manzoni, traslando le problematiche del suo tempo in questo contesto romanzesco lascia inoltre una morale di grande importanza: è il popolo, nella sua condizione povera e umile, il vero protagonista della storia. Dio istituisce secondo Manzoni una Provvidenza che non decide al posto dell'uomo, ma determina un perpetuo equilibrio, pertanto il popolo deve giustamente cercare di riscattarsi e reclamare il proprio diritto di vivere e lasciare un proprio segno nella storia.<ref>"Manzoni, col "sugo" della storia nella chiusa dei ''Promessi sposi'', lascia intendere che il libro è un [[romanzo a tesi]]; e fiumi d'inchiostro si sono versati in proposito. Ma potrebbe anche sostenersi che il libro è un romanzo ''di'' tesi, un teorema con più ipotesi compresenti e alternative, un «romanzo di idee sotto specie di romanzo storico» (cfr. Caretti, cit., p.32)" Pietro Gibellini, ''La parabola di Renzo e Lucia. Un'idea dei "Promessi sposi"'', Morcelliana, Brescia, 1994; si veda anche, quale superamento della banalità del preteso "lieto fine", Ezio Raimondi, "Il romanzo senza idillio : saggio sui Promessi Sposi",  Einaudi, Torino, 1974 e successive edizioni.</ref>

== L'ambientazione geografica ==
Il romanzo è ambientato in Lombardia, più precisamente in una zona che comprende il ramo [[Lecco|lecchese]] del [[Lago di Como]], l'Adda, Monza, Milano e Bergamo. Questa scelta non è casuale dato che Manzoni scrive di luoghi a lui familiari.

== Personaggi ==
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!width=10% align=center | Personaggio
(contracted; show full)
[[Categoria:Romanzi italiani]]
[[Categoria:Romanzi ambientati in Lombardia]]
[[Categoria:Romanzi storici]]
[[Categoria:Lecco]]
[[Categoria:I promessi sposi| ]]

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