Revision 58251239 of "Renzo Tramaglino" on itwiki{{W|letteratura|giugno 2008}}
{{Personaggio
|medium = letteratura
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|sottotipo = <!-- alter ego (cancella questa riga in tutti gli altri casi) -->
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|autore = [[Alessandro Manzoni]]
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|sesso = M
|data di nascita = 1608 circa
|luogo di nascita = un paese non identificato nei dintorni di [[Lecco]]
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|etnia = <!-- nazionalità o appartenenza ad un gruppo di una razza -->
|professione = filatore di seta
|parenti = *[[Lucia Mondella]] (fidanzata, poi moglie)
*[[Agnese Mondella]] (suocera)
*[[Bortolo]] (cugino)
*Maria Tramaglino (figlia maggiore)
|attore = <!-- primo attore a interpretarlo in assoluto (seguono altri in ordine cronologico) -->
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|immagine = I promessi sposi - Renzo.jpg
|didascalia = Renzo in un'illustrazione del 1840
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|posizione template = <!-- da solo (default) / testa / corpo / coda -->
|incipit = si
}} è un [[personaggio immaginario]] protagonista del [[romanzo]] ''[[I Promessi Sposi]]'' di [[Alessandro Manzoni]].
Giovane filatore di seta, nella [[Lombardia]] del [[XVII secolo]], è costretto ad affrontare ogni sorta di peripezia per congiungersi in matrimonio con la sua amata [[Lucia Mondella]].
{{Quote|Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame.}}
Con queste parole il [[Alessandro Manzoni|Manzoni]] tratteggia, nel II capitolo de ''[[I Promessi Sposi]]'', la figura del protagonista maschile della vicenda, Lorenzo Tramaglino, detto Renzo.
Non era compito facile, da una figura così poco “romanzesca” come quella di un [[contadino]], trarre un personaggio con una sua realtà [[psicologia|psicologica]] e umana ben definita.
Il rischio di cadere nel generico, e di creare un tipo anziché un vero e proprio personaggio, era grande. Il Manzoni vi ha eluso, concentrando su di esso il suo attento acume per gli umili ed i semplici di cuore.
Renzo è un giovane che, nato e cresciuto nel limitato ambiente del suo paese, conosce la vita solo nei suoi aspetti più semplici e consueti (che sono poi i fondamentali), la fatica del lavoro e la forza degli affetti: l’una affrontata con l’entusiasmo e il vigore dei vent’anni, l’altra intimamente sentita e tutta concentrata su di un unico affetto.
Rimasto solo al mondo in ancor giovane età, egli è abituato a bastare a se stesso, e si è creato, con un onesto lavoro, una certa sicurezza per sé e per la [[Lucia Mondella|sposa prescelta]].<br/>
Nel suo animo onesto ed equilibrato fanno breccia le grazie di una contadina giovane, bella, modesta e laboriosa, ed il suo buon senso e la sua intelligenza gli indicano subito che quella è la donna fatta per lui. Egli concepisce per lei un affetto profondo, intimo, tenace, in cui si concentra tutto il suo bisogno di calore umano, rimasto – fino a quel momento – insoddisfatto.
Prova per essa un rispetto che gli viene suggerito, oltre che dalle sue convinzioni [[morale|morali]], anche dal riservato e pudico contegno della fanciulla. E prova pure un’ombra di gelosia, quando le rimprovera di avergli taciuto l’insidia tesale da don Rodrigo: ma si calma subito, di fronte alla candida risposta di Lucia.
Renzo, di indole buona, ha tuttavia un temperamento impetuoso, incline a scatti ed a ribellioni improvvise (“un [[Ovis aries|agnello]] se nessun lo tocca – dice di lui [[don Abbondio]] – ma se uno vuol contraddirgli…”): scatti e ribellioni che però vengono presto e subito si dissipano e si calmano.
Si tratta quindi di esuberanza più che di prepotenza, di vivacità unita ad un’ingenuità talvolta fanciullesca. Renzo, infine, non è privo di una naturale intelligenza e furberia, che si rivelano particolarmente infallibili nei momenti più critici.
Finché questo prezioso corredo di elementi più che positivi lo accompagna nella sua vita consueta, egli dimostra di possedere tutti i numeri per poter destreggiarsi ottimamente.
Ma quando ai monti e alle tranquille distese verdeggianti del suo paesello si sostituiscono le grigie mura della [[Milano|città]], alla pace dei campi la vita tumultuosa dei giorni della rivolta di [[Milano]], le sue modeste esperienze si rivelano insufficienti alle mutate condizioni, e i problemi che si presentano non trovano tanto facilmente una soluzione.
Così egli commette parecchi errori: si mette in vista nel tumulto, e poi, come se non bastasse, tiene una specie di comizio alla presenza di una grande folla di persone.
Egli dice, è vero, delle semplicistiche, ma sacrosante verità, e – in preda all’euforia del momento – trova anche un linguaggio efficace per esprimerle; ma ciò è sufficiente a destare i sospetti di un bargello (come allora si chiamavano i [[polizia|poliziotti]]), che da quel momento gli si mette alle calcagna e finge di volerlo veramente aiutare. La sua eloquenza è sconnessa ed appassionata, il suo animo colmo di risentimento per l'ingiustizia e la sopraffazione patita, non senza una certa vanità di uomo che ha esperienza del mondo.
Il povero Renzo non espone già idee da [[rivoluzione|rivoluzionario]], da sovvertitore dell’ordine pubblico, ma si rivela piuttosto fautore di un giusto ed ordinato assetto sociale; se il bargello non avesse avuto come unica mira quella di accalappiare un qualunque [[capro espiatorio]] e, cosa assurda in uno sgherro, si fosse preso la pena di ascoltare e giustamente interpretare le parole del giovane, avrebbe dovuto convenire che il suo discorso non conteneva nulla di sedizioso.
Renzo è, sì, partecipe della generale esaltazione, ed è altresì convinto che il [[popolo]] abbia ragione e che la [[carestia]] sia da imputarsi ai disonesti che occultano la [[farina]] per far levitare i prezzi, ma in cuor suo alberga l’ingenua illusione che a ristabilire l’ordine e la giustizia sarebbe bastato che dirigenti illuminati della stoffa di Ferrer, interpretassero la volontà del popolo, e lo aiutassero a liberarsi dei prepotenti signorotti che ormai costituivano una sorta di [[Stato]] nello Stato.
Egli, quindi, non che avversare, si rivela consenziente con i governanti, fautore dell’ordine e, per natura, contro ogni violenza.
Le posizioni di Renzo si identificano con il "punto vista" esterno che esprime giudizi dell' Autore, ad esempio:
* assistendo alla devastazione del forno delle grucce, Renzo osserva che "se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi?";
* di fronte al falò acceso in piazza del duomo con le macerie del forno, l'Autore ossserva l'irrazionalità di tale reazione rispetto al problema della carenza di pane, e rileva che "a Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto, come abbiam visto, da principio, e gli tornava ogni momento". Qui il narratore assume il punto di vista del personaggio per comunicarci il suo pensiero in proposito.
Perciò aiuta Ferrer e deplora la turpe condotta del vecchio malvissuto, che avrebbe voluto appendere con le proprie mani il cadavere del Vicario.
All’[[osteria]] della luna piena, Renzo continua nella serie dei suoi errori: rifiuta di dare il suo nome all’oste e – avendo sempre ben presenti i suoi casi personali – si agita più che mai quando sente parlare di ''gride''.
Così, ingenuamente, parlando col cuore e rifacendosi ad una reale esperienza, rende sempre più difficile la sua situazione.
Ma anche qui Renzo, pur avendo bevuto numerosi bicchieri di [[vino]], conserva sempre un certo equilibrio e quasi un istintivo ritegno. I suoi discorsi non sono mai volgari, ma sempre espressione della sua naturale onestà e vi è come un istinto che non gli lascia sfuggire il nome della sua [[Lucia Mondella|Lucia]] anche se riesce a farsi sfuggire il proprio.
Il mattino seguente, quando la presenza di un [[notaio]] e degli sgherri lo restituisce alla realtà, egli, sgombro ormai dai fumi del vino, si riprende rapidamente e – dopo aver proclamato la propria innocenza – passa alla controffensiva, mettendo in moto quel tanto di prontezza e di furberia che è nativamente in lui.
Riesce così, sulla strada, valutando d’un baleno la situazione, a liberarsi e a sgattaiolare tra la folla.
Perché Renzo non pensa al male, ed è anzi incline a giudicare il suo prossimo ottimisticamente, ma quando si accorge di essere vittima di un sopruso, di una prepotenza, si ribella, mettendo in moto tutta la sua intelligenza ed anche “quella cert’aria di braveria”, invero più apparente che sostanziale.
Così, nel famoso colloquio con [[don Abbondio]], si lascia dapprima, sia pur a malincuore, quasi convincere dal curato, ma poi, quando nasce in lui il tarlo del sospetto, riesce a far cantare Perpetua con abilità degna di un [[diplomatico]], torna indietro infuriato da don Abbondio e lo costringe a parlare. Poi segue in lui immediatamente il pentimento, e la sua ira si dirige verso il primo e vero responsabile, [[don Rodrigo]].
Contro il rivale egli si scaglia furiosamente tanto da affermare più volte la sua intenzione di eliminarlo. Ma anche qui il suo equilibrio, il suo timor di [[Dio]], lo inducono a far tesoro dei consigli di [[padre Cristoforo]] e, alla fine, a perdonare sinceramente il rivale sul letto di morte.
Mentre fugge dagli sbirri, Renzo, inizia a maturare, imparando dalle sue nuove esperienze, e perdendo quel po' di ingenuità fanciullesca, e allora si allontana da Milano e fermandosi nei vari paesi dei dintorni, pondera con attenzione ogni parola, per impedire che i tanti curiosi dei fatti di Milano lo scambino nuovamente per un sovversivo.
Quando, superata la [[peste]], egli viene a Milano a piedi, in cerca della sua Lucia, tutte le note dominanti della sua natura affiorano una ad una nelle varie e avventurose situazioni in cui viene a trovarsi.
Egli dimostra [[carità]] cristiana aiutando una donna sequestrata in casa con una nidiata di bambini; simpatia umana e compassione davanti alla madre di Cecilia; una certa animosità, più apparente che reale, quando – scambiato per un [[untore]] – sfodera il coltellaccio, contento però, più tardi, di non averlo adoperato.
Si scopre anche la sua abilità [[dialettica]] quando, avendo ritrovato Lucia al [[lazzaretto]], tenta di persuaderla coi più vari argomenti – non privi di fondamento [[religione|religioso]] e umano – a rinunciare al suo voto.
Nel capitolo XXXV Renzo si trova di fronte al suo nemico e rivale [[don Rodrigo]], l'antagonista dell'intero romanzo, ormai uomo moribondo e incosciente. Quella che nella prospettiva della quotidianità sarebbe stata occasione per uno scontro violento e fisico, diventa invece, di fronte alla realtà assoluta della morte, il momento decisivo di una riflessione e di una scelta spirituale: quella della contrapposizione fra perdono e vendetta, fra carità e odio verso il proprio simile. Nel gesto finale di Renzo che si raccoglie in preghiera per l'anima del morente si realizza la sua redenzione e crescita morale.
Nel capitolo XXXVII Renzo è colto da un acquazzone appena fuori del [[lazzaretto]]: un diluvio di liberazione per la natura che ritrova la frescura dopo l'opprimente canicola dei giorni precedenti, per la società che viene liberata dall'epidemia di peste, per l'animo di Renzo che viene "lavato" da tutte le sofferenze della sua storia privata.
E finalmente, congiuntosi alla sua Lucia, dimostra ancora il suo carattere ombroso e fiero quando si rammarica profondamente che gli altri trovino la sua compagna inferiore per bellezza alla sua fama.
==La fuga verso l'Adda==
A segnare l'atmosfera del capitolo (il XVII) sono i fattori spazio-temporali: il buio notturno, la luce del mattino, le ombre minacciose del bosco e la serenità del paesaggio diurno, con il fiume di confine. Molto significativo è il tempo "interno", ''soggettivo'' e ''psicologico''. la fatica del lungo cammino e le preoccupazioni del pensiero rendono sempre più peasnte il procedere e quindi il passare del tempo. tale condizione è poi esasperata dalla paura irrazionale del buio per cui la notte si fa esasperatamente lunga. quando, il giorno dopo, la sua fuga volge ad una soluzione positiva, il tempo riprende il suo consueto fluire in armonia con la bella giornata. Analogamente anche lo spazio che circonda il protagonista si trasforma a seconda del suo stato d'animo. Sono luoghi di campagna, un mondo che conosce, eppure si trasformano in boschi paurosi e lande desolate che gli provocano un ''orrore indefinito'' , fino a quando non giunge all'[[Adda]]. In tutta la vicenda la [[provvidenza]] è una concreta presenza divina cui affidare le prprie azioni, punto di riferimento costante nelle vicissitudini della vita. Si susseguono nel capitolo: un soliloquio iniziale in cui si rende conto degli errori commessi e dei pericoli corsi; le prove passate durante la notte (paure, solitudine, abbandono, ansie); la rinata forza d'animo che lo fa arrivare al fiume; i turbamenti della notte insonne che sono un "esame di coscienza" sui fatti e i personaggi della sua tormentata vita, un po' confortato dal ricordo di [[Lucia]] e [[fra Cristoforo]] ("una treccia nera e una barba bianca").
Nel racconto è presente una doppia voce narrante, quella del protagonista (discorso diretto e indiretto, soliloquio) e quella dello scrittore, due voci che poi si fondono: "Questo era, a un di presso, il pensiero del giovine; però meno chiaro ancora di quello ch'io l'abbia saputo esprimere". [[Manzoni]] descrive il viaggio notturno con toni ed espressioni dello stile fiabesco: "cammina, cammina"; "figure strane, deformi, mostruose". Incontriamo anche paesaggi dal tono lirico, in sintonia con il rinnovato stato d'animo del protagonista, quando egli giunge al fiume con rinnovata speranza: "Il cielo prometteva una bella giornata"; "quel cielo di [[Lombardia]] così bello quand'è bello, così splendido, così in pace".
==La vigna di Renzo==
Nel capitolo XXXIII la descrizione della vigna di Renzo è celebre, tanto come sequenza descrittiva quanto come [[metafora]] della società e della storia umana. Lo sguardo di Renzo coglie immediatamente la reale devastazione e la confusione che stravolgono il suo orticello, descritto con il linguaggio "tecnico" della [[botanica]]; ma nel disordine e nella negatività che vi regnano è possibile cogliere l'intenzione del [[Manzoni]] di rappresentare il [[caos]], la prevaricazione e la violenza che subentrano nello sviluppo della natura e della società, quando questo non sia ispirato e controllato dalla ragione.
==Note==
<references/>
{{Personaggi de I promessi sposi}}
{{Portale|letteratura}}
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