Revision 60879051 of "Civiltà etrusca" on itwiki{{nota disambigua|il comune della [[Repubblica Ceca]]|[[Řásná]]|Rasna}}
[[File:Etruscan civilization italian map.png|thumb|300px|Cartina con i maggiori centri etruschi, ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli]]
{{quote|È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell'Italia centrale, l'Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà Italiana.|Jacques Heurgon, ''Vita quotidiana degli etruschi'', 1967<ref>Jacques Heurgon, ''Vita quotidiana degli etruschi'', Milano 1967, p. 23.</ref>}}
Gli '''Etruschi''' furono un [[popolo dell'Italia antica]] affermatosi in un'area denominata [[Etruria]], corrispondente alla [[Toscana]], all'[[Umbria]] fino al [[fiume]] [[Tevere]] e al [[Lazio]] settentrionale, con propaggini in [[Liguria]] e verso la [[Pianura padana|zona padana]] dell'[[Emilia-Romagna]] e della [[Lombardia]], a [[partire]] dall'[[VIII secolo a.C.]]
Nella loro [[lingua etrusca|lingua]] si chiamavano ''Rasenna'' o ''Rasna'', in [[greco antico|greco]] ''Tyrsenoi'' ([[lingua ionica|ionico]] ed [[attico antico]]: Τυρσηνοί, ''Türsenòi''; [[lingua dorica|dorico]]: Τυρσανοί, ''Türsanòi'', entrambi col significato di "Tirreni" e poi "Etruschi" o "Tusci", abitanti della Τυρσηνίη, ''Türsenìe'', "Etruria").<ref name="StraboneItaliaV2.2">[[Strabone]], ''[[Geografia (Strabone)|Geografia]]'', V, 2,2.</ref>
La civiltà etrusca, ritenuta da alcuni studiosi discendente dalla cultura [[Civiltà villanoviana|villanoviana]], fiorì a partire dal [[X secolo a.C.]] e fu definitivamente inglobata nella [[civiltà romana]], fortemente influenzata dagli etruschi, al termine del [[I secolo a.C.]] Questo lungo processo di conquista e [[assimilazione culturale]] ebbe inizio con la data tradizionale della conquista di [[Veio]] da parte dei [[Civiltà romana|romani]] nel [[396 a.C.]].<ref name="veio">Il libro degli etruschi, pagina 55.</ref>
== Origini ==
[[File:Scavi Etruschi e Romani di Sasso Pisano.jpg|right|thumb|280px|Complesso termale etrusco e romano di [[Sasso Pisano]] ]]
Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche sono infatti piuttosto discordanti. Nell'antichità furono elaborate principalmente tre diverse tesi: la prima che sostiene la provenienza orientale riportata da [[Erodoto]], storico greco vissuto nel V secolo a.C.; la seconda che sostiene l'autoctonia degli Etruschi elaborata dal greco [[Dionigi di Alicarnasso]] vissuto nel I sec. a.C., e la terza che sostiene la provenienza settentrionale elaborata sulla base di un passo di [[Tito Livio]]. In tempi più recenti, studiosi moderni hanno ipotizzato una quarta tesi, ovvero la coesistenza di tutte e tre le teorie classiche<ref>[http://www.treccani.it/enciclopedia/etruschi/ Treccani online, ad vocem]</ref>. Ancor più nuovi studi, condotti grazie a tecnologie di nuova generazione di sequenziamento del DNA (NGS), darebbero invece ragione allo storico Dionigi<ref>[http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2013/02/07/news/gli_etruschi_sono_tra_noi-1499113/ Gli Etruschi sono tra noi - National Geografic Italia]</ref>.
Agli Etruschi si è sempre guardato come a un popolo unitario sin dalla loro preistoria. Tuttavia gli Etruschi, come unità, risulteranno esistere solo a partire dall'[[VIII secolo a.C.]] con una propria lingua e con proprie usanze, benché non fossero così omogenei nelle varie regioni dove avrebbero abitato per poter negare che essi, come unità etnica, furono il risultato dell'unione di diversi popoli. È indubbio, infatti, che da quanto è stato tramandato della loro storia e da documenti monumentali rimasti, compaiono elementi [[italici]], [[antico Egitto|egizi]], [[Grecia antica|greci]], sirio-[[fenici]]<ref>Mario Torelli, ''Gli Etruschi'', Bompiani, Milano 2000, p. 145.</ref>, [[Mesopotamia|mesopotamici]], [[Urartu|urartei]]<ref>André Piganiol, ''Le conquiste dei romani. Fondazione e ascesa di una grande civiltà'', Il Saggiatore, Milano 2010, p. 60.</ref>, [[indoiranici]]<ref>Leonardo Magini, ''L'etrusco, lingua dall'Oriente indoeuropeo'', L'Erma di Bretschneider, Roma 2007, p 12.</ref><ref>[[Piero Bernardini Marzolla]], ''L'etrusco: una lingua ritrovata'', Mondadori, Milano 1984</ref>. Ad ogni modo, è comunemente accettato che il popolo etrusco si formò nella terra conosciuta come [[Etruria]], tra i fiumi [[Tevere]] e [[Arno]], dalla costa tirrenica alle giogaie dell'[[Appennino]].<ref name="StraboneItaliaV2.1">[[Strabone]], ''[[Geografia (Strabone)|Geografia]]'', V, 2,1.</ref><ref>Il libro degli etruschi, pagina 12.</ref>
=== Fonti storiche sulle origini ===
[[File:Populonia Necropoli di San Cerbone Tomba.jpg|right|thumb|280px|La [[Necropoli di Populonia]].]]
Le fonti storiche sulle origini degli Etruschi, seppur con qualche variabile, risultano sostanzialmente riconducibili a tre diverse ipotesi: provenienza orientale, tesi dell'[[Popoli indigeni|autoctonia]] e provenienza da settentrione.
==== Ipotesi della provenienza orientale ====
Secondo una tradizione [[lidia]] riferita dallo storico greco [[Erodoto]] del [[V secolo a.C.]]<ref>[[Erodoto]], ''Storie'', I, 94.</ref> gli Etruschi sarebbero giunti dalla [[Lidia]]<ref name="StraboneItaliaV2.2"/> (attuale [[Turchia]] [[Anatolia|anatolica]] meridionale), salpati dal porto di [[Smirne]] a seguito di una [[carestia]]. Sotto la guida di [[Tirreno (mitologia)|Tirreno]], figlio di [[Ati (Eracle)|Ati]],<ref name="StraboneItaliaV2.2"/> (o secondo un'altra teoria, di Tirreno e del fratello [[Tarconte]], in questo caso figli del re [[Telefo]] di [[Misia]]), attorno al [[XIII secolo a.C.]], avrebbero dapprima «oltrepassato molti popoli» e sarebbero infine arrivati «presso gli [[Umbri]] (sulle coste occidentali dell'Italia) e nel loro paese costruirono [[dodecapoli etrusca|12 città]], dove ancor oggi vivono». I ''Lidii'' giunti in Italia avrebbero poi cambiato il loro nome in ''[[Tirreni]]'' dal nome di uno dei due condottieri, più tardi con il termine latino di ''Tusci'',<ref name="StraboneItaliaV2.2"/> derivante dal rito sacrificale.<ref name="PlinioNatHistIII,50">[[Plinio il Vecchio]], ''[[Naturalis Historia]]'', III, 50.</ref>
La tesi [[Erodoto|erodotea]] della provenienza orientale, anche per la sua autorevolezza, è stata accettata quasi unanimemente dagli scrittori antichi e ha a lungo condizionato anche gli studiosi moderni<ref name="preistoria">Il libro degli etruschi, pagina 11.</ref>, suggestionati dai tratti orientali presenti in varie manifestazioni della civiltà etrusca. Le molte affinità degli Etruschi con il mondo egeo-anatolico, presenti nei costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione, possono tuttavia essere dovute anche ai contatti commerciali e culturali con queste popolazioni e dall'immigrazione in Etruria di gruppi di vario livello sociale appartenenti a tali civiltà (''cultura orientalizzante'')
All'interno della tesi della provenienza orientale, già in antichità fu elaborata un'ipotesi pelasgica. Secondo [[Ellanico di Lesbo]], storico greco del [[V secolo a.C.]], gli Etruschi sarebbero stati [[Pelasgi]], popolo mitico originario della [[Grecia]] settentrionale e poi irradiatosi in varie regioni del [[Mar Mediterraneo]], i quali si sarebbero stabiliti nella zona dell'Etruria dandosi il nome di ''Tirreni''.
Un altro sostenitore della teoria dei Pelasgi fu [[Anticlide]], storico vissuto alla fine del [[IV secolo a.C.]], secondo il quale i [[Pelasgi]], dopo aver colonizzato le isole di [[Lemno]] e [[Imbro]] nell'[[Egeo]], si sarebbero aggregati a Tirreno e avrebbero partecipato alla spedizione verso le coste dell'Italia.<ref name="StraboneItaliaV2.4">[[Strabone]], ''[[Geografia (Strabone)|Geografia]]'', V, 2,4.</ref>
L'ipotesi orientale parrebbe confermata da alcuni moderni studi genetici effettuati dall'[[Università di Torino]] sulle popolazioni di [[Murlo]] e [[Volterra]], situate nel nucleo originale della civiltà etrusca, che presenterebbero [[Aplogruppi mitocondriali umani|aplogruppi]] e [[DNA mitocondriale|mDna]] molto simili a quelli delle popolazioni odierne delle [[Anatolia|coste anatoliche]]<ref>[http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/scienza_e_tecnologia/etruschi-dna-turchia/etruschi-dna-turchia/etruschi-dna-turchia.html Gli Etruschi arrivano dalla Turchia il mistero svelato dal Dna dei toscani - Scienza & Tecnologia - Repubblica.it<!-- Titolo generato automaticamente -->]</ref> e del [[Vicino Oriente antico|Vicino Oriente]]<ref>[http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1852723/ Aa.Vv., ''Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Eastern Origin of Etruscans'', Am J Hum Genet. 2007 April; 80(4): 759–768, Published online 2007 February 6, PMCID: PMC1852723]</ref>.
==== Ipotesi dell'autoctonia ====
Un'altra tradizione, riportata dallo storico [[Dionigi di Alicarnasso]] (vissuto durante l'[[Augusto|impero augusteo]] - [[I secolo a.C.]]), sostiene l'origine [[Autoctono|autoctona]] del popolo etrusco. In particolare afferma che tra gli Etruschi, i Lidii e i Pelasgi non vi erano affinità culturali, religiose e linguistiche e che gli Etruschi, che chiamavano sé stessi ''Rasenna'' (e lo avrebbe saputo dagli stessi etruschi; infatti, pare che alla domanda rivolta ad un etrusco su chi fosse, questi gli rispose: ''Rasna'' o ''Rasenna''), non erano un popolo "venuto da fuori", ma un popolo antichissimo, attribuendo - fra l'altro - proprio all'antichità l'indecifrabilità della lingua etrusca (''Antichità Romane'' I, 25-30). Questa tradizione non è però supportata da reperti archeologici (come [[Lingua lemnia#La stele di Lemno|la stele di Lemno]], con iscrizione affine all'etrusco, e il [[fegato di Piacenza]]), grazie ai quali si può supporre che il termine "Rasna" o "Rasenna" potrebbe non indicare il nome dell'etnia etrusca, ma potrebbe essere intesa come "Ra-sna" che in antico lessico significherebbe «''io sono figlio di...''» oppure «''discendo da...''».
==== Ipotesi della provenienza d'oltralpe ====
Da un passo controverso di [[Tito Livio|Livio]], che allude alla derivazione dei [[Reti]], popolazione alpina delle valli del [[Trentino - Alto Adige|Trentino-Alto Adige]], dagli Etruschi (''Storie'', V, 33, 11), si potrebbe invece dedurre che questi ultimi venissero dal settentrione attraverso le Alpi. Questa teoria, considerata poi infondata<ref>Romolo Augusto Staccioli, ''Gli Etruschi'', Newton Compton Editori, Roma, 2006, pag. 20</ref>, si è originata nel [[XVIII secolo]] (Fréret) ed è stata poi sviluppata nel [[XIX secolo]] (Niebuhr e [[Karl Otfried Müller|Müller]]) sulla scorta dell'affermazione [[Tito Livio|liviana]] e della suggestiva somiglianza del nome dei [[Reti]] (Rhaeti) con quello dei Rasenna.
In ogni caso, nessuna delle teorie antiche, anche nelle rielaborazioni operate dagli studiosi moderni realizzate attraverso considerazioni provenienti da diversi ambiti disciplinari, ha trovato pieno conforto scientifico nelle prove archeologiche.
=== Altre ipotesi ===
==== Ipotesi linguistica: derivazione dalle lingue caucasiche ====
{{vedi anche|lingue caucasiche nordorientali}}
Alcuni linguisti russi (Sergei Starostin, Vladimir Orel, Igor M. Diakonoff<ref>Sergei Starostin, Vladimir Orel, ''Etruscan and North Caucasian'', in ''Shevoroshkin, Vitaliy. Explorations in Language Macrofamilies. Bochum Publications in Evolutionary Cultural Semiotics'', Bochum 1989.</ref><ref>Sergei Starostin, Igor M. Diakonoff,''Hurro-Urartian as an Eastern Caucasian Language'', Munich: R. Kitzinger</ref>) mettono in relazione le [[Lingue tirseniche|lingue tirreniche]] e le [[lingue caucasiche nordorientali]], basandosi sulla presunta corrispondenza nelle strutture grammaticali, nella fonologia, nei numerali, tra la lingua etrusca, le lingue [[Lingue hurro-urartee|hurro-urartee]], e le lingue caucasiche nordorientali.
==== Ipotesi linguistica: derivazione dall'antico lidio ====
{{vedi anche|Lingua lidia}}
La teoria formulata dal [[linguista]] [[Massimo Pittau]] si basa sulla supposta derivazione della [[lingua sarda]] e di quella [[lingua etrusca|etrusca]] dall'antica [[lingua lidia]]. Secondo questa teoria, gli Etruschi proverrebbero dalla [[Lidia]], in accordo con il racconto di [[Erodoto]]. Tale [[migrazione]], tuttavia, sarebbe avvenuta per tappe, prima in [[Sardegna]], dove avrebbe dato origine alla [[civiltà nuragica]] attorno al [[XIII secolo a.C.]], e quindi sulle [[Mar Tirreno|coste tirreniche]] dell'[[Italia centrale]], dove la civiltà etrusca si sarebbe sviluppata a partire dal [[IX secolo a.C.]]<ref name="teoria">[http://conoscereletruria.com/html/etruriaitalian.htm Le origini etrusche secondo Massimo Pittau]</ref>
==== Ipotesi linguistica: etrusco forma arcaica di ungherese ====
Nel libro ''Etrusco: una forma arcaica di ungherese'' il glottologo [[Mario Alinei]] propone, in coerenza con la [[Teoria della continuità|Teoria della Continuità dal Paleolitico]], di identificare l'[[etrusco]] come una fase arcaica dell'attuale [[lingua ungherese]]<ref>Mario Alinei, ''Addenda Etrusco-Turco-Ugrici'', ''forthcoming'' in “Quaderni di Semantica”, 51, 2 (2005)</ref>, appartenente alle [[lingue ugriche]] (o ugro-finniche). Secondo Alinei sia l'etrusco che l'ungherese sarebbero due [[lingue agglutinanti]], con accento sulla prima sillaba, e avrebbero medesima armonia vocalica, e solo [[consonanti]] [[Rotazione consonantica|occlusive sorde]]. L'ipotesi di Alinei non escluderebbe un'affinità degli etruschi con le attuali popolazioni [[Anatolia|anatoliche]], perché gli [[Ungheresi]], secondo i risultati di recenti ricerche genetiche<ref>Carmela Rosalba Guglielmino dell'Università di Pavia. Cfr Aa.Vv., ''Quaderni di semantica'', Volume 25, Edizione 49- Volume 26, Edizione 52, Società editrice il Mulino, Bologna 2004, p. 226.</ref> risultano "una popolazione affine agli [[Iraniani]] (in quanto discendenti di [[Sciti]] e [[Osseti]] del I millennio a.C.) e ai [[Turchi]]"<ref>[http://www.italcultbudapest.hu/Italia-Italy/Italia%20&%20Italy%20-%20Nov-Dic%202005/43-45.pdf Mario Alinei, ''Etrusco, una forma arcaica di ungherese?'', 2005]</ref>. I turchi condividerebbero con gli ungheresi l'appartenenza allo stesso gruppo linguistico [[Lingue uralo-altaiche|uralo-altaico]] (che comprende anche le lingue ugro-finniche), e, secondo Alinei, anche l'appartenenza alla medesima popolazione che invase nel III millennio a.C. il [[Pianura Pannonica|bacino Carpatico]], proveniente dalla [[cultura kurgan]], fiorita ai confini tra l'[[Europa orientale]] e l'[[Asia centrale]]. Dal bacino carpatico, sempre secondo l'ipotesi di Alinei, una parte della popolazione sarebbe partita nel II millennio a.C. alla volta della penisola italiana, dove dette vita alla civiltà etrusca. Mentre solo in epoca [[Alto medioevo|alto-medievale]], si sarebbero formate le popolazioni ungheresi e turche, con l'invasione delle attuali Ungheria (nell'[[896]]) e Turchia (tra il V e il X secolo d.C.).
==== Ipotesi dell'autoctonia: etruschi e colonizzazioni nuragiche ====
Secondo lo studioso [[Giovanni Ugas]], gli Etruschi sarebbero piuttosto di origine autoctona, con la sovrapposizione di colonizzazioni [[civiltà nuragica|nuragiche]] durante il [[I millennio a.C.]] La migrazione del [[XII secolo a.C.]] sarebbe pertanto avvenuta a più riprese da occidente verso oriente, piuttosto che il contrario. Ciò sarebbe confermato dai documenti [[Egitto antico|egizi]] che citano i ''Tereš'' o ''Turša'' (''Tyrsenoi'' o "Tirreni") accanto ai [[Shardana]] (o Sardi) tra i [[Popoli del Mare]]. Lo stesso termine "Tyrsenoi" in [[lingua greca]] potrebbe significare "costruttori di torri", fatto che dimostrerebbe l'affinità fra la [[civiltà nuragica]] e quella etrusca.<ref name="teoria"/>
Secondo lo scrittore latino [[Festo]], i re Etruschi erano [[Protosardi|Sardi]] o di origine sarda: {{quote|''Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur. Quia Gens etrusca, Horta est Sardibus'' (Sono soliti essere re degli Etruschi coloro che si chiamano Sardi. Quindi la gente etrusca è originaria dai Sardi)}}[[Plutarco]] invece sosteneva che gli Etruschi erano ritenuti coloni degli abitanti di [[Sardi (città)|Sardi]] e Veio era una città etrusca.<ref name="Plutarco25,7">[[Plutarco]], ''Vita di Romolo'', 25, 7.</ref>
==== Ipotesi dei popoli del mare ====
{{vedi anche|Popoli del mare}}
Uno dei popoli del mare citati nei testi egiziani sono i Tereš o Turša, popolo di stirpe probabilmente non [[Indoeuropei|indoeuropea]] stanziato nella parte settentrionale dell'[[Anatolia]], sembrano collegati ai ''Tirsenoi'' o "Tirreni", ossia agli [[Etruschi]]. Questa identificazione sembra avvalorare il racconto di [[Erodoto]] circa l'origine anatolica di questo popolo, ma soprattutto la mitica parentela degli Etruschi con i [[Troiani (popolo)|Troiani]] cantata da [[Virgilio]] nell'''[[Eneide]]''. Rapporti dei Tirreni o Etruschi col mondo [[Mediterraneo orientale]] dell'isola di [[Lemno]] (che si trova a poche miglia dinanzi a [[Troia]]) sembrerebbero esistere in seguito al ritrovamento della cosiddetta ''[[Lingua lemnia|Stele di Lemno]]'', un'[[iscrizione]] rinvenuta nel [[1885]], in cui è attestata la [[Lingua lemnia]] un dialetto simile all'[[lingua etrusca|etrusco]]. Tale stele è comunque al vaglio degli studiosi in quanto sembrerebbe ascrivibile al VI secolo a.C.
=== Formazione e provenienza ===
Non meno importante è l'opinione di [[Massimo Pallottino]], il quale ha sottolineato, nell'introduzione del suo manuale ''Etruscologia'' (Milano, 1984), come il problema dell'origine della civiltà etrusca non vada incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla formazione. Egli evidenziò come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli [[Etruschi]] ci si è posti il problema della provenienza. Secondo Pallottino, la civiltà etrusca si è formata in un luogo che non può che essere quello dell'antica [[Etruria]]; alla sua formazione hanno indubbiamente contribuito elementi autoctoni ed elementi orientali (non solamente Lidii od Anatolici) e greci, per via dei contatti di scambio commerciale intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo. Nella civiltà etrusca che andava formandosi, lasciarono quindi la propria impronta i commercianti orientali (si pensi agli elementi orientali nella lingua etrusca od al periodo artistico cosiddetto ''orientalizzante'') ed i coloni greci che approdano nel Meridione d'[[Italia]] nell'[[VIII secolo a.C.]] (l'alfabeto stesso adottato dagli [[Etruschi]] è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l'arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell'arte greca)<ref name="teoria"/>.
Sempre nel suo manuale di ''Etruscologia'', Pallottino scrive anche dei rapporti tra l'Etruria e la Sardegna: {{quote|Nel quadro dei più antichi contatti marittimi si inserisce - e merita particolare menzione - il problema dei rapporti fra l'Etruria e la Sardegna, sede della peculiare ed evoluta civiltà nuragica, che dalla preistoria perdura fino ai primi secoli del I millennio a.C. Alla presenza in Etruria di genti provenienti dalle isole si riferisce la leggenda relativa alla fondazione di Populonia da parte dei Corsi (Servio, ad Aen., X, 172). Strabone menziona esplicitamente le incursioni di pirati sardi sulle coste della Toscana e fa allusione alla presenza di Tirreni in Sardegna. Non mancano d'altra parte testimonianze di relazioni commerciali e culturali tra la Sardegna nuragica e l'Etruria villanoviana e orientalizzante, con particolare riguardo alla presenza di oggetti sardi soprattutto nella zona mineraria (è possibile un motivo di connessione tra i due grandi distretti metalliferi dell'area tirrenica). A Vetulonia fu scoperta fra l'altro una delle più ricche navicelle in bronzo di produzione nuragica. Ma importazioni sarde appaiono più a sud (Vulci, Gradisca) tra il IX ed il VI secolo. Né mancano elementi di affinità tipologica e decorativa con prodotti villanoviani: tipiche ad esempio le brocchette a collo e becco allungato, la cui presenza è caratteristica della necropoli vetuloniese. Si potrebbe anche discutere la questione se le strutture a pseudocupola (tholos) caratteristiche delle tombe orientalizzanti dell'Etruria settentrionale siano reminiscenze di eredità egea dell'età del bronzo accolte per influenza dell'architettura dei nuraghi sardi dove questa tecnica è particolarmente diffusa. Ma anche in Sardegna appaiono tracce di un'influenza etrusca: forse nel nome Aesaronense di uno dei popoli della costa orientale dell'Isola (cfr. la parola etrusca ''aisar'', ossia dei); ma anche in alcuni tipi di oggetti, sia pur rari, come le fibule...|Massimo Pallottino, ''Etruscologia'', Hoepli, Milano, 1984, ISBN 88-203-1428-2, pagg. 120, 121.}}
I critici dell'impostazione di Pallottino sostengono che, nell'apparente sensatezza, non consideri il peso relativo dei vari contributi: il contributo orientale (lidio o comunque egeo-anatolico) sarebbe stato invece preponderante, perché arrivato nella Penisola incontrò genti più arretrate.<ref name="teoria"/>
=== Recenti acquisizioni dalla genetica delle popolazioni ===
Un contributo, peraltro non risolutivo, alla problematica delle origini degli Etruschi ci viene anche dalla [[genetica delle popolazioni]]<ref>Per approfondimenti sotto tale profilo si rinvia alla lettura di ''Etruschi DNA'' di A. Palmucci: [http://www.etruschi-dna.com/ ETRUSCHI DNA di A. Palmucci - etruschi-dna.it]</ref>.
Nel [[2004]] il professor Guido Barbujani del dipartimento di biologia dell'[[Università di Ferrara]] ha analizzato il DNA di alcuni scheletri provenienti da tombe etrusche dislocate in varie zone dell'antica Etruria<ref>C. Vernesi e altri, ''The Etruscans: a Population-Genetic Study'', in "American Journal of Human Genetics", March 2004</ref>. Dallo studio è emerso che il [[DNA]] degli antichi etruschi sarebbe abbastanza simile a quello degli attuali abitanti dell'Anatolia, mentre non risulterebbero particolari affinità con quello dell'attuale popolazione delle zone d'Italia che furono abitate dagli Etruschi.
Nel [[2007]], una squadra guidata dal professor Antonio Torroni dell'[[Università di Pavia]] ha raffrontato il DNA degli abitanti viventi da almeno tre generazioni nei centri di [[Murlo]], [[Volterra]] e della Valle del [[Casentino]] con quello di altre popolazioni italiane ed estere<ref>A. Achilli ed altri, ''Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Estern Origin of Etruscans'', in "American Journal of Human Genetics", Aprile 2007</ref>. Dalla comparazione è emerso che il codice genetico degli individui di Murlo, Volterra e del Casentino è molto più simile a quello degli abitanti delle coste turche che danno sull'[[Egeo]].
Un altro studio condotto dall'equipe del professor Paolo Ajmone Maran dell'[[Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza]] ha analizzato il DNA dei bovini toscani (di [[Chianina (razza bovina)|razza Chianina]] e [[Maremmana (razza bovina)|Maremmana]]), che è risultato geneticamente simile a quelli dei bovini dell'Anatolia<ref>M. Pellecchia e altri, "The mistery of Etruscan origins: novel clues from Bos taurus mithocondrial DNA", in ''Proceedings of the Royal Society'', January 2007</ref>.
=== Epoca Villanoviana ===
{{vedi anche|civiltà villanoviana}}
[[File:Fonte battesimale etrusco originario della pieve di Saxo.JPG|300px|right|thumb| Fonte etrusco [[Sasso Pisano]] ]]
[[File:Cinerario con elmo di copertura da tarquinia, IX secolo ac.jpg|right|thumb|300px|[[Ossuario|Vaso ossuario]] in [[bronzo]] con [[elmo]] risalente al [[IX secolo a.C.]], oggi conservato al [[Museo archeologico nazionale di Firenze]].]]
La più antica menzione degli Etruschi rimasta è quella dello scrittore [[Esiodo]], scritta nel suo poema ''[[Teogonia (Esiodo)|Teogonia]]'', in cui, al verso 1016, menziona «tutti i popoli illustri della Tirrenia»<ref>«... in un luogo assai lontano, in fondo alle isole divine, regnavano su tutti i popoli illustri della Tirrenia», Esiodo, Teogonia, 1016.</ref> volutamente al plurale, poiché intendeva comprendere le genti non greche d'Italia. Esiodo scriveva i suoi versi all'inizio del [[VII secolo a.C.]]: a questo periodo ([[690 a.C.]]-[[680 a.C.]]) risalgono le più antiche iscrizioni etrusche conosciute, le quali, però, fanno già uso di quell'alfabeto che indubbiamente i commercianti etruschi avevano imparato nei contatti con i [[Greci]] all'emporio di [[Cuma]], almeno settant'anni prima.<ref name="villanoviani">''Il libro degli etruschi'', pag. 16.</ref>
Ora, poiché non è possibile che la nazione etrusca si sia affermata improvvisamente, è chiaro che la sua formazione fu il risultato di un lento e progressivo consolidamento in terra italica. Con tutta probabilità, perciò, esisteva già una cultura che tendeva a formarsi sul territorio della Penisola in varie regioni, anche distanti tra loro: e questa non può essere che quella della [[civiltà villanoviana]].<ref name="villanoviani"/>
Il termine «villanoviano» deriva dal nome di un [[Villanova (Castenaso)|piccolo paese]] nella periferia di [[Bologna]] dove, nel [[1853]], il conte [[Giovanni Gozzadini]], appassionato archeologo, rinvenne un sepolcreto che aveva delle caratteristiche molto particolari. L'elemento che distingueva le sepolture era il vaso [[ossuario]] (cioè contenente i resti del defunto) a forma biconica, con una piccola scodella per coperchio, deposto in un vano protetto da lastroni di pietra.<ref name="villanoviani"/>
[[File:Urna cineraria biconica da chiusi IX.VII sec. ac. 01.JPG|left|thumb|200px|[[Urna cineraria]] con coperchio rinvenuta a [[Chiusi]], risalente ai [[IX secolo a.C.|secoli IX]]-[[VII secolo a.C.|VII a.C.]]]]
Gli studiosi ritengono che ci sia stata una fase «preparatoria» di questa cultura, detta [[Cultura protovillanoviana|protovillanoviana]] riferita all'[[Età del Bronzo]] finale ([[XII secolo a.C.|XII]]-[[X secolo a.C.]]); cultura diffusa nel [[Mantova]]no, nell'[[Umbria]], in [[Toscana]], nel Lazio, in [[Campania]], in [[Sicilia]] e nell'[[isola di Lipari]]. Ci sono già tutte le premesse che poi condurranno al villanoviano vero e proprio; esse non ebbero ulteriore sviluppo nei paesi meridionali per l'apparire precoce di quegli influssi che portarono alla colonizzazione greca ([[VIII secolo a.C.]]).<ref name="villanoviani"/> Uno degli elementi che più spesso si notano – proprio perché legato alla sepoltura delle ceneri dei defunti ([[Cremazione|incinerazione]]) – è l'[[ossuario]]. Ne esistono molti tipi, spesso lavorati con finissima arte: l'effetto artistico è dato da rette, segmenti, depressioni e disegni geometrici; eppure, spesso la pasta di [[argilla]], che veniva chiamata «ceramica d'impasto», è piuttosto rozza.<ref name="villanoviani"/>
In qualche caso, evidentemente si tratta di sepolture di guerrieri il vaso biconico è ricoperto da un [[elmo]] di [[bronzo]]. Quando quest'usanza giunse nel Lazio, le ceneri del defunto potevano essere poste in un'urna in terracotta che richiamava la forma di capanne.<ref name="villanoviani"/>
Nella penisola italica, però, emergono e si rafforzano culture regionali, che sono spesso legate alla natura del territorio in cui si affermano: continua la vita nomade e pastorale nelle [[Marche]] settentrionali, in [[Abruzzo]], nel [[Lazio]] settentrionale, in [[Irpinia]], nel [[Sannio]] e in [[Calabria]], mentre nel Lazio settentrionale, nella [[Toscana]] costiera e nell'[[arcipelago toscano]] approdano naviganti provenienti dal [[Mediterraneo orientale]] alla ricerca di metalli, il ferro all'epoca uno dei minerali più preziosi.<ref name="villanoviani"/> Si continua a lavorare anche il [[bronzo]], ma questo materiale non è d'uso comune come il precedente; serve per piccoli oggetti decorativi, per statuette votive o per recipienti legati al culto. Anche se le differenziazioni regionali sono enormi, sembra che in questo periodo si faccia sentire la necessità di una vita in comune, di qualche forma di associazione fra le varie tribù del territorio italico: si cominciano a formare i primi agglomerati urbani con relativi sepolcreti.<ref name="villanovianibis">Il libro degli etruschi, pagina 17.</ref>
I sepolcreti, infatti, testimoniano la presenza di un antico stanziamento. Isolati, se mai, sembrano rimanere gli ambiti dell'Etruria interna, nelle regioni più inospitali, mentre i villaggi in vicinanza del mare o di vie di comunicazione fluviale si rivelano molto attive. Le principali città costiere sorgono a pochi chilometri dalla costa, l'unica città stato etrusca sul mare è stata probabilmente [[Populonia]] (in [[lingua etrusca]] ''Pupluna'' o ''Fufluna''), mentre le altre città costiere sembrano di solito dotate di insediamenti marittimi come Regisvilla per Vulci, l'insediamento etrusco presso la colonia romana di Gravisca e lo scalo di Pyrgi per Cerveteri. Ciò significa che qualcuno, seguendo le rotte percorse dai [[Cretesi]] e dai [[Micenei]], continuava a visitare le coste italiane in cerca del [[ferro]], di cui erano ricche le terre tirreniche.<ref name="villanovianibis"/>
Ci sono comunque, località come [[Populonia]], situata sul mare, di fronte all'[[Isola d'Elba]], di cui abbiamo buone testimonianze. Essa fu, forse, nel periodo villanoviano uno dei principali porti per l'imbarco del [[rame]] o dell'[[argento]] lavorato; solo più tardi, nel periodo etrusco, divenne «porto del [[ferro]]». Uno scrittore antico, di cui ignoriamo il nome e che gli studiosi chiamano ''Pseudo Aristotele'', afferma che a Populonia si estraeva il rame: lo provano, infatti, scorie della lavorazione di questo minerale e resti di fornaci che venivano impiegate a questo scopo. Più tardi Populonia divenne tanto importante che nel suo territorio si lavorava il ferro estratto all'Isola d'Elba.<ref name="villanovianitris">Il libro degli etruschi, pagina 18.</ref>
Intorno al porto, situato nell'attuale arco del [[Golfo di Baratti]], vi erano due villaggi, come dimostrano le due distinte necropoli: una detta San Cerbone e l'altra chiamata Poggio delle Granate. Vi sono tombe a pozzo di cremate e tombe a fossa più recenti. Sia in queste ultime, sia in quelle a camera la suppellettile funebre è identica.<ref name="villanovianitris"/>
Quindi i Villanoviani si dedicarono per lungo tempo all'estrazione di minerali e di [[materiali da costruzione]]. Ne sono riprova i resti di miniere in Toscana e nell'alto Lazio. Nelle colline, dette appunto [[colline Metallifere|Metallifere]], e nella [[Campiglia Marittima|zona campiglia]] si estraeva [[rame]], [[piombo]] argentifero e [[cassiterite]]; nella [[Val di Cecina]] rame, piombo e [[argento]]; nel massiccio del [[Monte Amiata]] c'erano rocce mercurifere; nei [[Monti della Tolfa]] minerali ferrosi, piombo, [[zinco]] e [[Mercurio (elemento)|mercurio]]; [[ferro]] nell'[[Isola d'Elba]]; tufi vulcanici, [[Arenaria (roccia)|arenarie]] e [[calcare|calcari]] nell'alto Lazio; [[travertino]] e [[alabastro]] nell'Etruria settentrionale.<ref name="villanovianitris"/>
Secondo le più recenti indagini, sembra che i più antichi Villanoviani dell'Etruria propria si fossero concentrati in tre grandi centri: uno è quello che comprende la regione dei Monti della Tolfa, fra [[Tarquinia]] e [[Cerveteri]]; un secondo è quello situato nella media valle del fiume [[Fiora]], fra la zona archeologica di [[Vulci]] e la [[selva del Lamone]] a ovest del [[Lago di Bolsena]]; il terzo è costituito dalle fasce collinari attorno alla [[Cetona]] fra [[Radicofani]], [[Chiusi]] e [[Città della Pieve]].<ref name="villanovianitris"/>
Probabilmente i tre stanziamenti, dei quali i due meridionali si differenziano maggiormente rispetto al centro di Cetona, si riferivano ad economie distinte ed autosufficienti, alla cui base c'erano, comunque, l'estrazione e la lavorazione dei minerali, come attività caratteristica, che venivano portati alla costa per l'imbarco.<ref name="villanovianitris"/>
I Villanoviani, dunque, al momento culminante della loro espansione, dovevano essere diffusi su un'area molto vasta, che va dall'[[Emilia-Romagna]] all'[[Italia meridionale]] nel sito di [[Pontecegnano]] in [[Campania]]. Ci sono varie ipotesi sulla loro origine ma potrebbero essere i diretti discendenti dei popoli della civiltà appenninica che discende lungo tutta l'[[Età del Bronzo]] finale e che ha i suoi maggiori centri di ritrovamento lungo la dorsale montuosa dell'Italia centrale. Si trattava di genti dedite a un'economia pastorale, da cui i Villanoviani, e successivamente gli Etruschi, appresero l'amore per la terra e per gli animali.<ref name="villanovianitris"/>
Ecco quindi che ben si comprende come le civiltà italiche abbiano caratteri propri ed antichi, legati a tradizioni peculiari del paese in cui si svilupparono; solo con il commercio marittimo che esplose dal VIII secolo a.C. si apriranno i traffici e gli scambi soprattutto con l'Oriente greco e l'ambiente fenicio cartaginese.<ref name="villanovianitris"/>
=== I primi insediamenti etruschi ===
{{vedi anche|Cultura protovillanoviana}}
[[File:Dettaglio partizione Complesso Sacro Termale Etrusco di Sasso Pisano.jpg|right|thumb|280px|Complesso termale etrusco e romano di [[Sasso Pisano]] ]]
Nel [[IX secolo a.C.]] nelle aree caratterizzate dalla civiltà villanoviana si registra la marcata tendenza delle popolazioni ad abbandonare gli [[Altopiano|altopiani]], sui quali si erano stanziate nel periodo [[Cultura protovillanoviana|protovillanoviano]] ([[XII secolo a.C.|XII secolo]]-[[X secolo a.C.]]), per spostarsi su [[Pianura|pianori]] e [[Collina|colline]] sui quali sorgeranno le principali città etrusche, dando vita a centri di maggiori dimensioni. Tale radicale cambiamento risponde ad esigenze prettamente economiche legate al più razionale sfruttamento delle risorse agricole e minerarie ed alla scelta di collocarsi in prossimità di vie di comunicazione naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi per ragioni di natura commerciale.
Dagli scavi effettuati il territorio appare diviso in vasti comprensori articolati in gruppi di villaggi ravvicinati tra di loro, ma con necropoli distinte (ne hanno fatto oggetto di studio [[Gilda Bartoloni]] e [[Giovanni Colonna (etruscologo)|Giovanni Colonna]]).
Per la ricostruzione delle abitazioni, realizzate con materiali deperibili (legno ed argilla), ci si può avvalere di un numero piuttosto limitato di rinvenimenti di superficie (come fondamenta, fori per i pali di sostegno e canalette di fondazione) e dei modellini rappresentati dalle urne conformate a capanna. Le capanne avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare, o quadrata di dimensioni molto varie a prescindere dalla forma. Le abitazioni erano di solito sostenute da pali inseriti all'interno del perimetro per il sostegno del tetto ed all'esterno per le pareti. Vi erano però anche abitazioni molto incassate nel terreno e il cui tetto poggiava su un argine di terra e sassi. Alcune capanne mostrano anche una ripartizione interna. Il focolare di solito era collocato al centro. Il tetto poteva essere a quattro falde o a doppio spiovente. Le abitazioni, inoltre, avevano una porta sul lato più corto, abbaini sul tetto per l'uscita del fumo e talvolta anche finestre.
Per quanto riguarda l'organizzazione interna dei villaggi, si è osservato che le capanne sono distanziate le une dalle altre da spazi vuoti in misura variabile, probabilmente utilizzati per le attività agricole. Si è poi ipotizzato che le capanne quadrangolari avessero funzione abitativa, mentre quelle di forma rettangolare od ovale venissero utilizzate come [[Stalla|stalle]] e magazzini. Peraltro l'impossibilità di accertare la contemporaneità dell'uso delle varie strutture non consente di confermare o smentire l'ipotesi. Si può semmai affermare che le strutture che non presentano il focolare potrebbero essere interpretate come aventi funzione diversa da quella abitativa.
Gli scavi non hanno portato alla luce segni che consentano di individuare fortificazioni. Infine, le necropoli sono state rinvenute in aree limitrofe a quelle dei singoli villaggi.
=== La società villanoviana ===
La struttura sociale delle comunità villanoviane può essere desunta dalla documentazione archeologica ed in particolare dai corredi funerari. I corredi del villanoviano più antico ([[IX secolo a.C.]]) sono piuttosto poveri. La tipologia degli oggetti consente comunque l'identificazione del sesso del defunto. Le deposizioni maschili si caratterizzano per la presenza di rasoi a forma rettangolare o semilunata, fibule ad arco serpeggiante, spilloni e, seppur raramente, armi. Talvolta la copertura dell'ossuario è costituita da un elmo fittile ad evidenziare la qualità di guerriero del defunto. Il corredo funebre femminile è costituito da cinturoni, fermatrecce, fibule ad arco semplice o ingrossato, fusaiole, rocchetti, conocchie. Le urne a capanna (rinvenute in Etruria meridionale, a [[Vetulonia]] e forse a [[Populonia]]), diversamente da quanto accade nella cultura laziale, non sono di esclusiva prerogativa maschile ma riguardano anche le donne. In ogni caso i corredi delle urne conformate a capanna non risultano più cospicui di quelli relativi a vasi biconici.
Nei corredi di questo periodo è poco diffuso il vasellame, rappresentato quasi esclusivamente dall'ossuario biconico e dalla ciotola di copertura. Le sepolture, contraddistinte dall'uso quasi esclusivo del rito incineratorio, presentano di massima una struttura a pozzetto od a fossa seppur con varianti locali.
La documentazione archeologica della prima fase del villanoviano farebbe quindi pensare ad una società tendenzialmente egualitaria. Peraltro la semplicità dei corredi potrebbe anche non rispecchiare fedelmente la società ma essere determinata da ideologie religioso-funerarie. In ogni caso, anche per il villanoviano più antico, non mancano rinvenimenti dai quali emergono segni di differenziazioni sociali. A [[Tarquinia]], ad esempio, nella [[necropoli di Poggio Selciatello]], si evidenziano alcune deposizioni, maschili e femminili, con corredi particolarmente significativi per la qualità e/o quantità degli elementi. Inoltre, in alcune deposizioni maschili del [[IX secolo a.C.]] (a [[Bologna]], [[Tarquinia]], [[Cerveteri]], [[Veio]]) sono state rinvenute delle verghe di bronzo o d'osso interpretate come "scettri" (in questo senso Gilda Bartoloni) e quindi come attributi del prestigio e della funzione del defunto. Sotto un diverso profilo è stato osservato ([[Jean-Paul Thuillier]]) che le forme di insediamento del villanoviano, caratterizzate dallo spostamento verso pianori e colline e dall'accentramento degli individui nell'ambito di villaggi più grandi rispetto al periodo precedente, sembrano corrispondere ad un vero e proprio disegno politico e fanno quindi ritenere l'esistenza di capi nell'ambito di tali comunità.
A partire dagli inizi dell'[[VIII secolo a.C.]] si colgono gradualmente i segni di una differenziazione sociale che porteranno alla nascita delle aristocrazie. Si rinvengono deposizioni, sia ad incinerazione che ad inumazione (rito, quest'ultimo, che, specialmente nell'Etruria meridionale, va sempre più affermandosi accanto a quello crematorio), che si distinguono per la ricchezza dei corredi maschili e femminili. Alcune deposizioni si segnalano, infatti, per l'aumento degli ornamenti personali e per la qualità e/o per le cospicue quantità di vasellame fittile e bronzeo. Gli oggetti in argomento inoltre comprovano scambi tra comunità villanoviane ed anche tra villanoviani e comunità di diversa cultura. Oltre ad oggetti di provenienza laziale, daunia, enotria e sarda si distinguono attestazioni greche ed orientali (Siria, Fenicia, Egitto). I corredi delle tombe ad inumazione, di solito, sono più cospicui di quelli delle deposizioni ad incinerazione. Aumentano in misura rilevante le urne conformate a capanna.
Le deposizioni maschili più prestigiose presentano morsi di cavalli, carretti miniaturistici, elmi, scudi, spade, lance ed asce. I carretti miniaturistici si ritrovano anche nelle deposizioni femminili di rango, che, per il resto, si caratterizzano per quantità e qualità degli strumenti per la filatura e delle ''parures''. Anche la tipologia delle tombe ed i rituali, seppur nello stesso contesto di tempo e di luogo, risultano fortemente differenziati. Le tombe a camera con pluralità di deposizioni ([[Populonia]]) e le tombe a circolo di pietre ([[Vetulonia]]), inoltre, sembrano mettere in rilievo, accanto ai singoli individui, la famiglia ed i gruppi familiari, che si identificano appunto per l'occupazione di determinati settori delle necropoli e per la comunanza dei corredi e dei rituali (Gilda Bartoloni).
== Gli Etruschi e i Greci ==
Gli Etruschi furono fortemente influenzati dagli [[antichi Greci]], che li chiamavano "Tirreni". Gli esperti definiscono l'[[VIII secolo a.C.]] come il periodo Orientalizzante della storia etrusca, riferendosi all'influenza proveniente dall'est. I periodi successivi sono chiamati [[Classico]] ed [[Ellenistico]] ("degli antichi Greci") secondo gli stili dell'[[arte greca]]. Gli Etruschi adottarono anche una forma di [[alfabeto greco]] ed elementi della mitologia greca.
=== La ceramica ===
Gli antichi Greci influenzarono la [[ceramica]] etrusca sotto molti aspetti e introdussero il proprio vasellame scambiandolo con altre merci. I ceramisti greci si recarono in [[Magna Grecia]] ed [[Etruria]] dove insegnarono ad artigiani e artisti locali le loro tecniche e abilità. Alcuni di essi si stabilivano nella [[penisola italiana]] e continuavano a produrre e decorare vasi secondo il proprio stile.
Introdussero anche il tornio veloce e tecniche di cottura delle ceramiche ad alta temperatura in forni più avanzati.
=== Magna Grecia ===
Moltissime colonie furono fondate sulle coste meridionali della penisola italiana e in [[Sicilia]] dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C., tanto che gli scrittori romani chiamarono quest'area Magna Grecia ("Grande Grecia").
I coloni greci portarono con sé la cultura ellenica, comprese le tradizioni religiose e i miti.
=== Gli scambi ===
Molti dei greci che giunsero sulle coste meridionali della penisola e in Etruria erano mercanti che portavano merci greche da vendere o scambiare con prodotti etruschi. Questo commercio contribuì alla diffusione di idee e costumi differenti.
=== Mitologia e divinità ===
{{Vedi anche|Mitologia etrusca}}
Tra le divinità maschili e femminili etrusche si trovano delle corrispondenze con gli [[dèi greci]], solo alcuni mostrano lievi modifiche nella pronuncia. Le corrispondenze sono ricavate da un'interpretazione di miti già esistenti tra gli etruschi, che si uniscono, per caratteristiche peculiari, a quelli noti del pantheon greco, pur non avendone dirette correlazioni.
Secondo gli studiosi, gli Etruschi aggiunsero temi propri ai miti importati.
{| border="2" cellpadding="4" cellspacing="0" style="margin: 1em 1em 1em 0; background: #f9f9f9; border: 1px #aaa solid; border-collapse: collapse; font-size: 95%;"
|- bgcolor="#B0C4DE" align="center"
! Nome etrusco
! Nome greco
|-
| [[Tinia]] || [[Zeus]]
|-
| [[Uni (mitologia)|Uni]] || [[Era (mitologia)|Era]]
|-
| [[Aita]] || [[Ade]]
|-
| [[Alpan]] || | [[Ani (divinità)|Ani]]
|-
| [[Aplu]] o Apulu || [[Apollo]]
|-
| [[Artume]] || [[Artemide]]
|-
| [[Cautha]], [[Usil]] || [[Elio (mitologia)|Elio]]
|-
| [[Charun]] o Charontes || [[Caronte (mitologia)|Caronte]]
|-
| [[Februus]] || -
|-
| [[Feronia]] || -
|-
| [[Fufluns]] || [[Dioniso]]
|-
| [[Horta (divinità)|Horta]] || [[Demetra]]
|-
| [[Laran (divinità)|Laran]], [[Maris]] || [[Ares]]
|-
| [[Losna]] || [[Ino]]
|-
| [[Mae (divinità)|Mae]] || [[Maia (mitologia)|Maia]]
|-
| [[Mania (mitologia)|Mania]] || -
|-
| [[Menrva]] o Minerva || [[Atena]]
|-
| [[Nethuns]] || [[Poseidone]]
|-
| [[Northia (divinità)|Northia]] || -
|-
| [[Satres]] || [[Crono]]
|-
| [[Selvans]] || -
|-
| [[Semia]] || -
|-
| [[Sethlans]] || [[Efesto]]
|-
| [[Thalna]] || -
|-
| [[Thesan]] || [[Eo]]
|-
| [[Tuchulcha]] || -
|-
| [[Turan (divinità)|Turan]] || [[Afrodite]]
|-
| [[Turms]] || [[Ermes]]
|-
| [[Vanth]] || [[Moire (mitologia)|Moira]]
|-
| [[Veive]] || -
|-
| [[Veitha]] || - Reithia
|}
== Espansione ==
[[File:DSC00441 - Testa di canopo - da Chiusi - sec. VI aC.jpg|thumb|right|Testa di [[Vasi canopi|canopo]] da [[Chiusi]] ([[VI secolo a.C.]])]]
Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del [[VI secolo a.C.]], tanto che, verso il [[540 a.C.]], gli etruschi di [[Cerveteri]] alleati dei [[Cartaginesi]], sconfissero, nella [[battaglia di Alalia]], davanti alla [[Corsica]], i [[Focesi]] di [[Marsiglia]], potentissimi sul mare. In quest'occasione i prigionieri focesi vennero lapidati dagli etruschi di Caere.<ref>B.D'Agostino, ''Gli Etruschi'', Milano, Jaka Book, 2003</ref>
In questo periodo, gli Etruschi riuscirono a stabilire la loro egemonia su tutta la penisola italica, sul Mar Tirreno e, grazie all'alleanza con Cartagine, sul Mediterraneo Occidentale.
=== Espansione a nord e a sud ===
{{Vedi anche|Dodecapoli etrusca#Dodecapoli padana e campana|Etruria padana|Etruria campana}}
All'inizio gli Etruschi occupavano la fertile fascia costiera della Toscana e le aree attorno all'Appennino tra [[Bologna]] e [[Volterra]]. Praticavano l'agricoltura e bonificarono molte zone paludose, rendendo coltivabili i terreni. Più tardi estesero i loro territori su parte del Lazio e sulla Pianura Padana. La loro occupazione principale era la produzione dei metalli, che estraevano dalle miniere. Gli Etruschi furono i maggiori produttori di ferro del Mediterraneo. Con i metalli creavano oggetti molto apprezzati dagli altri popoli. Svilupparono quindi il commercio via mare dei loro manufatti. Città come [[Cerveteri]], [[Vulci]] e [[Tarquinia]] ebbero il controllo dei commerci sul Mar Tirreno.
=== L'attraversamento degli Appennini ===
Alla fine del [[VI secolo a.C.]] gli Etruschi decisero di espandersi verso nord. Partiti questa volta dalle lucumonie settentrionali, gli invasori dilagarono nella [[pianura]] del [[Po]] attraverso i passi dell'[[Appennino tosco-emiliano|Appennino toscano]].
=== Conquista della Val Padana ===
{{Vedi anche|Etruria padana}}
Seguendo i loro metodi abituali, i conquistatori etruschi si sovrapposero agli antichi abitanti delle regioni conquistate ai quali apportarono la loro civiltà e le loro istituzioni politiche. Fu così, che, come in [[Toscana]], le città create nella pianura del Po e sulle rive dell'[[Adriatico]] formarono una [[Dodecapoli etrusca|dodecapoli]] (o federazione di dodici città).
Non va però del tutto esclusa l'ipotesi, avanzata tra gli altri da Mario Torelli, che gli etruschi popolassero praticamente dalle origini la Valle Padana e soprattutto l'Emilia e certe zone della Romagna, dove era presente un cospicuo nucleo villanoviano (soprattutto tra Bologna e Rimini), semplicemente nel corso del VI secolo nuove migrazioni, di etruschi più ricchi, organizzati e "civilizzati", si sovrapposero ad un nucleo più povero e "primitivo" di abitanti, pure etruschi, ma ancora legati ad una civilizzazione in villaggi contadini poco o per nulla differenziati socialmente e con una scarsa divisione del lavoro.<ref>Mario Torelli, Storia degli Etruschi, Laterza, 1981-2012, pp. 35 e ss.</ref>
=== Fondazione di Perugia ===
[[File:Arco-etrusco-BN.jpg|thumb|Perugia, [[Arco Etrusco]]]]
I primi insediamenti di cui siamo a conoscenza nel territorio risalgono ai secoli [[XI secolo a.C.|XI]] e [[X secolo a.C.|X a.C.]], con la presenza di villaggi nei pressi delle falde dell'altura perugina ed a partire dal [[VIII secolo a.C.]] anche sulla sommità del colle dove sorgerà la città. Il rapido sviluppo di Perugia è favorito dalla posizione dominante rispetto all'arteria del fiume Tevere e dalla posizione di confine tra le popolazioni [[Etruschi|etrusche]] ed [[Umbri|umbre]]. Gli Umbri devono cedere all'affermarsi del popolo etrusco, attestandosi definitivamente a est del Tevere. Il vero e proprio nucleo di Perugia si forma intorno alla seconda metà del [[VI secolo a.C.]], ma vi erano anteriormente insediamenti villanoviani nell'area del colle perugino e dalla disposizione delle [[necropoli]] etrusche abbiamo una testimonianza indiretta dell'espansione del primo tessuto urbano. Perugia diventa in breve una delle 12 lucumonie della confederazione etrusca. Nel [[310]]-[[309 a.C.]] forma una Lega insieme alle altre città etrusche scontrandosi con le truppe romane guidate da [[Quinto Fabio Massimo Rulliano]]; al termine della battaglia viene siglata una tregua, che non verrà rispettata, di 30 anni. [[Tito Livio]] IX 37.12, dal resoconto di [[Quinto Fabio Pittore]].
La cinta muraria etrusca originaria, oggi ancora visibile, viene edificata tra il [[IV secolo a.C.|IV]] ed il [[III secolo a.C.]]: con una lunghezza di tre chilometri, racchiude il Colle Landone e il Colle del Sole sui quali si erge la città.
=== Gli eserciti e l'organizzazione militare ===
{{Vedi anche|Organizzazione militare degli Etruschi}}
Considerata la loro organizzazione federale di città-stato, in caso di guerra gli eserciti erano reclutati su base cittadina e richiamando alle armi i cittadini secondo ricchezza e posizione sociale: di conseguenza composizione, equipaggiamento e aspetto degli eserciti doveva quindi variare molto. Le formazioni armate comprendevano corpi di opliti, di truppe leggere e di cavalleria, ognuno con i propri equipaggiamenti e con i propri compiti.
== Etruschi e Romani ==
=== Le origini di Roma ===
{{vedi anche|Fondazione di Roma|Roma quadrata}}
Sui colli lungo il basso corso del Tevere, sorgevano alcuni villaggi di pastori del popolo dei Latini.
Nell'VIII secolo a.C., essi s'ingrandirono e si unirono, trasformandosi in un'unica città: Roma. Nei secoli seguenti, Roma estese il suo dominio dapprima sull'intera Italia, poi in tutto il bacino del Mediterraneo.
==== Vestigia etrusche a Roma: i Tarquini (616-509 a.C.) ====
{{Vedi anche|Tarquini}}
Sotto la dinastia etrusca dei Tarquini furono intraprese grandi opere pubbliche, tra cui acquedotti, mura cittadine, sistemi fognari e immensi templi, come quello dedicato a Giove, Giunone e Minerva sul Campidoglio.
[[Tarquinio Prisco]] era un ricchissimo e noto abitante della città etrusca di [[Tarquinia]], emigrato a Roma divenne il quinto [[Età regia di Roma|re di Roma]]. Secondo la tradizione fece erigere il [[Circo Massimo]] destinandolo come sede permanente delle corse dei cavalli; prima di allora gli spettatori assistevano alle gare che qui si svolgevano seduti da postazioni di fortuna. In seguito a forti alluvioni, che interessarono specialmente le zone dove sarebbe sorto il futuro [[Foro Romano]], fece poi iniziare la costruzione della [[Cloaca Massima]]. A lui si deve poi l'inizio dei lavori per la costruzione del [[Tempio di Giove Capitolino]] sul colle del [[Campidoglio]].<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 92.</ref>
[[Servio Tullio]] fu il successivo re di Roma di origini etrusche, fece costruire sull'[[Aventino]] il tempio a [[Diana (divinità)|Diana]], trasferendo a Roma il culto latino di Diana Nemorensis. A Servio si ascrive anche la decisione di costruire il [[Tempio di Mater Matuta]] ed il [[Fortuna (divinità)|Tempio della Dea Fortuna]], entrambi al [[Foro Boario]]. A lui è attribuita la costruzione delle [[Mura Serviane]], le prime difese unitarie di Roma, che erano rappresentate da un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città e dall'unione delle difese individuali dei colli.<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 93.</ref>
L'ultimo re di Roma di origini etrusche fu [[Tarquinio il Superbo]], secondo la tradizione sotto il suo regno furono portati a termine la Cloaca Massima e il Tempio di Giove Capitolino. La bonifica dell'area dell'antico Foro Romano dovuta alla Cloaca Massima, rese possibile la formazione di un antichissimo borgo ai piedi del colle [[Palatino]] detto [[Vicus Tuscus]] perché in origine fu abitato da mercanti etruschi.<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 94.</ref>
== Declino ==
[[File:Gallia cisalpina.jpg|thumb|300px|Espansione celtica nella valle padana]]
Le città-stato erano autonome, cioè indipendenti. Ma c'erano anche cose che le accomunavano: la lingua e la religione. Fu proprio la loro mancanza di unità la causa della loro decadenza: le città del Nord furono conquistate dai Celti; quelle del Sud furono conquistate dai coloni della Magna Grecia e dai Sanniti e quelle del centro caddero una dopo l'altra sotto il dominio di una nuova civiltà che stava cominciando ad affermarsi nel Lazio: i Romani.
L'arresto della loro espansione cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito da declino nel [[V secolo a.C.]] Prima fu [[Roma]] a liberarsi dalla loro supremazia con la cacciata, verso il [[510 a.C.]], dei [[Tarquini]]; poi se ne liberarono i [[Latini]], che, sostenuti da [[Aristodemo di Cuma]], ad [[Ariccia]], nel [[506 a.C.]], li sconfissero in battaglia. In questo modo, gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a [[Cuma]] nel [[474 a.C.]] (v. [[battaglia di Cuma (474 a.C.)|battaglia di Cuma]]), andando perduti nel [[423 a.C.]] con la conquista di [[Capua (antica)|Capua]] da parte degli [[Osci]]<ref>[[Osci]] (detti anche) ''[[Campani]]''. Vedi: [[Giovanni Pugliese Carratelli]], ''Italia, omnium terrarum alumna'', Officine grafiche Garzanti Milano, Garzanti-Schewiller, 1990<sup>1</sup></ref><ref>La "Lega ''Campana''" costituitasi, secondo [[Diodoro Siculo]] (XIII.31), nel 438 a.C.</ref>.
L'indebolimento dei commerci marittimi si fece drammatico quando nel [[453 a.C.]] il tiranno di Siracusa Gerone occupò la ricca Isola d'Elba e provocando di fatto un blocco dei porti, con l'eccezione di [[Populonia]].
Al nord la discesa dei [[Galli]] sconvolse la geografia dei centri etruschi della [[pianura Padana]] avvenuta tra l'inizio del VI e la metà del IV secolo a.C., quando caddero [[Felsina]] e [[Marzabotto]].
Sull'Adriatico le città etrusche vennero contemporaneamente attaccate dai celti e dai siracusani, in piena espansione, dopo la vittoria di questi ultimi contro la flotta ateniese nel [[412 a.C.]]
Nel [[396 a.C.]] dopo una guerra durata quasi un secolo Roma conquistava Veio, estendendo la sua influenza su parte dell'Etruria meridionale. Per oltre due secoli gli Etruschi, su iniziativa dell'una o dell'altra città, ostacolarono l'espansione romana, che spesso ricorse a rotture dei patti, come nel caso dell'attacco a Volsini ([[Orvieto]]), quando interruppero un pluridecennale trattato di pace dopo pochi anni dalla sua stipula.
Nel [[295 a.C.]], coalizzati con gli [[Umbri]] e i [[Sanniti]], furono sconfitti dai Romani nella [[battaglia di Sentino]]: nel giro di qualche decennio furono assoggettate a Roma le città dell'attuale Lazio, divenute alleate quando Roma subì l'attacco de parte dei cartaginesi di [[Annibale]]. Anche se le città entrarono nel territorio romano prima dell'inizio del [[I secolo a.C.]], ebbero uno "status" particolare, finché la [[Guerra Sociale]] del [[90 a.C.]], ponendo fine alla loro autonomia, li riconobbe la cittadinanza romana mediante la ''lex Julia'' dell'89 a.C.
=== I commerci ===
L'occupazione principale degli Etruschi era la produzione di metalli. Furono i maggiori produttori di ferro del Mediterraneo. Con i metalli creavano oggetti molto apprezzati dagli altri popoli. Svilupparono quindi il commercio via mare dei loro manufatti. Città come Cerveteri, Vulci e Tarquinia ebbero il controllo dei commerci sul Mar Tirreno.
Il commercio del ferro con Roma rappresentò anche un elemento stabilizzante nelle relazioni tra le due civiltà: gli Etruschi furono di fatto ''rispettati'' fino a quando poterono fornire armi di qualità ai Romani stessi.
=== Guerre contro i Romani ===
{{Vedi anche|Guerre romano-etrusche}}
==== La battaglia del Cremera ====
{{vedi anche|Battaglia del Cremera}}
Gli etruschi cominciarono a far credere di essere ancora più deboli di quanto non fossero. Rendevano deserto parte del territorio per simulare una maggiore paura dei loro contadini. Lasciarono libero del bestiame per far credere che fosse stato abbandonato in una fuga precipitosa. Fecero arretrare le truppe mandate a contrastare le incursioni. I continui successi resero i Fabii supponenti e imprudenti. La conquista della cima restituì il vantaggio ai [[Veio|veienti]]. I Fabii furono sopraffatti e massacrati. Di tutta la [[gens Fabia]] rimase un solo componente: Quinto, figlio di Marco. Livio riporta che era stato lasciato a Roma perché troppo giovane ma l'informazione sembrerebbe errata dato che solo dieci anni dopo Quinto Fabio Vibulano divenne console.
==== Le guerre tra Roma e Veio ====
{{vedi anche|Roma e le guerre con Veio}}
Le guerre di Roma e Veio furono una costante della storia del Lazio a partire quantomeno dal VIII secolo a.C. Fin dalla sua mitica fondazione, opera di Romolo, Roma ebbe un nemico temibile e determinato nella città etrusca. Le motivazioni dell'inimicizia secolare fra l'Urbe e Veio sono di tipo economico. Che Roma si sia formata da una specie di "federazione" di villaggi posti sui sette colli, o sia sorta come ci riporta la tradizione e il racconto degli storici antichi, lo scontro fra le due città era inevitabile perché la ricchezza di una avrebbe significato la povertà dell'altra.
=== La scomparsa graduale degli Etruschi ===
Nel 396 a.C. Veio fu conquistata dai romani; le altre città etrusche non intervennero immediatamente, ma combatterono contro Roma che continuò comunque la sua politica di conquista. Nel 294 a.C. cadde la seconda città etrusca, [[Area archeologica di Roselle|Roselle]], e di seguito tutte le città dell'Etruria meridionale persero la loro indipendenza (alcune delle quali scomparvero definitivamente - Vulci, Veio, Volsinii, Sovana e Populonia) mentre nel nord le incursioni continue del celti, iniziate prima del [[VI secolo a.C.]] distrussero i centri della pianura padana (Felsina, Melpum, Marzabotto, Spina).
L'indipendenza amministrativa dei centri etruschi terminò con la "Lex Iulia" dell'[[89 a.C.]], anche se la documentazione nella scrittura etrusca insiste fino alla metà del [[I secolo d.C.]]
== Organizzazione politica e sociale ==
Gli Etruschi furono il primo popolo italico ad avere una civiltà che potesse gareggiare con le grandi civiltà coeve sorte in [[Medio Oriente]]. Purtroppo della sua enorme produzione letteraria non ci è rimasto proprio niente e le poche notizie che ci sono pervenute le ricaviamo da citazioni di autori [[latini]] e [[greci]], spesso faziosi, come nel caso di Teopompo, scrittore linguacciuto e maldicente che spesso sfociava nel pettegolezzo. Altre fonti, senza dubbio più affidabili ed attendibili, sono le [[Pittura|pitture]] e le [[sculture]] lasciateci da questo antichissimo popolo, ma che, pur dandoci un'idea più precisa, non sempre chiariscono il periodo a cui si riferiscono e spesso sono idealizzazioni di vita. Inoltre tutte le fonti si riferiscono a [[Famiglia|famiglie]] e persone dell'[[aristocrazia]], per cui le scene di vita quotidiana, gli usi ed i costumi che vedremo si riferiscono a questa fascia della [[popolazione]].
=== La città etrusca ===
Gli Etruschi erano organizzati in [[città-stato]] e si riconoscevano in una [[Dodecapoli etrusca|federazione]] di 12 popoli, che secondo la tradizione tramandataci da [[Strabone]], nacque fin dal fondatore [[Tirreno (mitologia)|Tirreno]].<ref name="StraboneItaliaV2.2"/> Corrispondeva agli insediamenti di dodici città: ''Caisra'' ([[Cerveteri]]), ''Clevsi'' ([[Chiusi]]), ''Tarchuna'' ([[Tarquinia]]), ''Vei(s)'' ([[Veio]]), ''Velch'' ([[Vulci]]), ''Vetluna'' ([[Vetulonia]]), ''Pupluna'' ([[Populonia]]), ''Velathri'' ([[Volterra]]), ''Velzna'' ([[Orvieto]]), ''Curtun'' ([[Cortona]]), ''Perusna'' ([[Perugia]]), ''Aritim'' ([[Arezzo]]).
I primi villaggi etruschi erano costruiti da capanne a pianta quadrata, rettangolare o tonda con un tetto molto spiovente (generalmente in paglia o argilla). Le città etrusche si differenziavano dagli altri insediamenti italici perché non erano disposte a caso, ma seguivano una logica economica o strategica ben precisa. Ad esempio, alcune città erano poste in cima a delle alture, cosa che rendeva possibile il controllo di vaste aree sottostanti, sia terrestri che marittime. Altre città, come Veio e Tarquinia, sorgono in un territorio particolarmente fertile e adatto all'agricoltura.
La città etrusca veniva fondata dapprima tracciando con un aratro due assi principali fra loro perpendicolari, detti [[cardine (storia romana)|cardo]] (nord-sud) e [[decumano]] (est-ovest), in seguito dividendo i quattro settori così ottenuti in ''[[insulae]]'' (dal latino, isole), tramite un reticolo di strade parallele al cardo e al decumano. Questa precisa disposizione urbanistica è visibile ancora oggi in alcune città dell'antica Etruria, corrispondente grossomodo all'attuale Toscana, Umbria e parte del Lazio. L'idea di fondare le città partendo da due strade perpendicolari rappresenta un primato degli etruschi rispetto ai greci, anticipando di quasi due secoli gli interventi di [[Ippodamo di Mileto]]. Successivamente questo sviluppo urbano venne ripreso in epoche successive anche dai Romani per fondare accampamenti e città (come ad esempio [[Augusta Praetoria]] e [[Augusta Taurinorum]], le attuali Aosta e Torino).
Le città sono spesso cinte da mura, molto spesso ciclopiche. I materiali usati erano l'argilla, il tufo e la pietra calcarea; il marmo invece era pressoché sconosciuto. L'ingresso alla città avviene attraverso le porte, che erano solitamente sette o quattro (ma si hanno testimonianze di alcune città a cinque e sei entrate), le più importanti in corrispondenza delle estremità del cardo e del decumano. Inizialmente erano delle semplici architravi, ma a partire dal V secolo a.C. le porte assunsero caratteristiche imponenti a forma di arco, costruite incastrando a secco tra loro enormi blocchi di tufo, a loro volta inseriti nelle mura. Le porte di epoca tardo-etrusca, come ad esempio la Porta all'Arco di Volterra, erano inoltre decorate con fregi e bassorilievi nelle loro parti principali (la chiave di volta e il piano d'imposta).
==== Abitazioni etrusche ====
Le prime case degli Etruschi erano fatte in legno e fango; non ci sono quindi molti resti delle loro città di epoca [[villanoviana]] ed [[orientalizzante]]. La maggior parte delle informazioni su questo popolo deriva dalle tombe, costruite in pietra: esse contenevano molti oggetti e spesso sulle loro pareti erano dipinte scene di vita quotidiana. Questi reperti ci dicono che la civiltà etrusca era ricca e raffinata. La casa ha pianta a rettangolo allungato articolata in genere in due o più vani, ottenuti con muri divisori perpendicolari ai lati lunghi: tutto ciò in funzione delle nuove esigenze dei nuclei familiari ma anche della necessità statica di sorreggere con i muri interni la trave di colmo (columen) divenuta molto lunga e soggetta a pesi notevoli.
Le fondazioni sono realizzate con pietre estratte da cave locali: nell'Etruria Meridionale conci di tufo squadrati in maniera regolare, nell'Etruria Settentrionale blocchi irregolari di alberese o galestro. La giuntura è a secco e gli interstizi, quando i blocchi non hanno forma regolare, sono riempiti con terra o piccoli sassi.
Il pavimento è di solito in terra battuta, esistono esempi non completamente certi, di lastre di pietra usate per ricoprire il battuto. In una casa di San Giovenale lungo le pareti si sono trovati dei ciottoli di fiume, probabilmente per ridurre l'umidità all'interno dell'abitazione.
Poiché nessuna abitazione etrusca precedente al [[VII secolo a.C.]] è giunta integra fino ai nostri giorni, l'alzato delle case si può desumere dagli scarsi resti rimasti dopo i crolli. Raramente i muri erano costituiti da conci di tufo squadrati e inseriti in un'intelaiatura lignea che ne rafforzava la resistenza. Più spesso i muri erano costituiti da graticcio o mattoni asciugati al sole (crudi). Le murature a graticcio erano costituite da una struttura portante formata da pali maestri verticali infissi nella roccia e collegati superiormente da una trave orizzontale destinata a sostenere la copertura del tetto, ormai realizzato con tegole e coppi di terracotta posti su travi lignee, il tutto quindi con un considerevole peso. Un intreccio di canne o rami di sottobosco, attorcigliati intorno ai pali verticali e ai pali maestri, era destinato a sorreggere il rivestimento di argilla e fango che veniva poi intonacato con uno strato protettivo di calce mista ad argilla.
Un'altra tecnica di costruzione dell'alzato, che evidentemente precorre le attuali gettate in cemento armato, è quella del “pisè”. Murature in “pisè” si ottengono pressando argilla fra due casseforme realizzate con assi di legno o stuoie, a delimitare lo spessore del muro. La muratura così ottenuta non necessitava di pali maestri in quanto aveva una buona capacità portante ed era quindi in grado di sostenere il tetto. Nel corso del periodo arcaico si assiste alla nascita di fondazioni abitative più stabili, che hanno lasciato evidente traccia di sé nelle città di [[Kainua]] a [[Marzabotto]] e a [[Gonfienti]] a Prato. Si tratta di edifici a pianta centrale, strutturati attorno ad un portico aperto con [[impluvium]] ed ambienti che spesso sul lato della strada principale venivano destinati a fondaci o attività commerciali.
Il modello su cui esse si strutturavano era quello ad oggi definito come "[[domus pompeiana]]", non solo nella sua dislocazione ma anche nel suo effettivo funzionamento: le acque piovane venivano convogliate verso un pozzo nel cortile centrale o attraverso canalette alle zone esterne all'edificio.
I tetti erano realizzati con tegole e coppi, in maniera molto simile a come si può trovare attualmente in Toscana, ed erano dipinti e decorati da maschere con motivi "a palmetta" ed antefisse. Sulla sommità venivano anche poste statue. Un gruppo di edifici arcaici che ha restituito simile decorazione architettonica è visibile in località [[Poggio Civitate]] ([[Murlo]]) e risale alla metà del [[VII secolo a.C.]]: in esso possiamo notare un lunghissimo fregio in terracotta e sculture acroteriali di alto pregio.
==== Stazioni termali ====
A [[Castelnuovo di Val di Cecina]] (località Il Bagno), al centro di un territorio ricco di sorgenti naturali normalmente sfruttato per la [[geotermia]], è stato costruito dagli Etruschi, nell'epoca tardo-ellenica, il complesso di [[Sasso Pisano]], che rappresenta l'unico esempio di terme etrusche giunte fino a noi.
Alla fase più antica ([[III secolo a.C.]]) risalgono i resti di un portico quadrangolare costituito da grandi blocchi regolari di [[calcare]] del posto e, un secolo dopo, vennero aggiunti due impianti termali ricoperti da un tetto in [[tegola|tegole]]. C'erano anche alcuni vani quadrangolari, forse destinati ai visitatori.
Molto importante è anche il sistema idraulico, costruito per sfruttare l'acqua calda delle sorgenti vicine: avevano costruito dei piccoli canali per condurre l'acqua calda alle vasche e per alimentare la fontana aperta che era posta di lato.
Abbandonato per quasi un secolo per i danni provocati da un terremoto dopo il 50 a.C., il complesso, in parte ristrutturato, rimase in uso fino alla fine del III secolo d.C., come confermano le 64 monete di bronzo di quell'epoca, recuperate in una delle vasche.
Il bollo con l'iscrizione etrusca <small>SPURAL</small> (letteralmente "della città") <small>HUFLUNAS</small> rinvenuto sulle tegole del tetto dovrebbe testimoniare la destinazione pubblica delle terme: il complesso è forse da identificare con le <small>AQUAE VOLATERRAE</small> o le <small>AQUAE POPULONIAE</small> rappresentate nella <small>TABULA PEUTINGERIANA</small>, copia del Medioevo di una carta dell'età romana conservata presso la Biblioteca Nazionale di Vienna.
È attualmente in corso un progetto rivolto alla costruzione, nell'area di ritrovamento, di un parco archeologico aperto ai visitatori, ai pellegrini e ai turisti.
=== Vita sociale ===
Agli albori della storia di questo popolo, nel periodo protovillanoviano ([[età del Bronzo]]) e nel successivo Villanoviano iniziale ([[età del Ferro]]), non si notano segni di una distinzione in classi all'interno della società; essa invece appare evidente nel Villanoviano evoluto, nella seconda metà dell'[[VIII secolo a.C.]], quando i corredi funerari cominciano a mostrare netti segni di differenziazione: aumentano gli oggetti di corredo in quantità e qualità, appaiono vasi ed ornamenti d'importazione. Qualcosa è cambiato nella società etrusca e lo si vedrà amplificato alla fine dell'VIII secolo a.C. e nel successivo, quando appare lo splendore della società Orientalizzante, con all'apice le ricche aristocrazie dalle grandi tombe a tumulo e dai sontuosi corredi. Il ceto principesco basava il proprio potere e prestigio sul controllo dei commerci con l'[[Oriente]] e delle attività agricole e pastorali.
La nascita di un ceto "medio" avviene nell'età arcaica, nel [[VI secolo a.C.]], quando artigiani e mercanti iniziano a prendere coscienza delle proprie capacità, operando per proprio conto e non più per i ricchi principi. Fanno parte della [[stratificazione sociale]] anche i lautni, gli schiavi, importati come merce da paesi lontani o catturati durante le numerose battaglie per il predominio sul commercio tirrenico: a volte si rinvengono i luoghi di sepoltura di questi esponenti della classe servile, cremati e posti in recipienti di terracotta, tumulati in piccole nicchie scavate nelle strutture sepolcrali dei padroni.
=== Il ruolo della donna ===
La donna nella società etrusca, diversamente dalla donna greca e in parte anche dalla donna romana, non si occupava solo delle attività domestiche.
La rilevanza sociale della donna etrusca trova significative conferme nella documentazione archeologica e nelle storiografia latina e greca.
Nelle iscrizioni, la donna etrusca, al pari dell'uomo, appare fornita di formula onomastica bimembre - nome individuale o prenome + nome di famiglia o gentilizio - a partire dal [[VII secolo a.C.]] (ad esempio su di un'olla di [[bucchero]] da [[Montalto di Castro]], della fine del [[VII secolo a.C.]] si legge "mi ramunthas kansinaia" = "io (sono) di Ramuntha Kansinai", mentre su un vaso da [[Capua]] del [[V secolo a.C.]] si trova scritto "mi culixna v(e)lthura(s) venelus" = "io (sono) il vaso di Velthura Venel"). Come noto le donne romane erano invece individuate col solo nome gentilizio.
Nell'epigrafia etrusca, inoltre, relativamente ai figli, si registra accanto alla menzione del [[patronimico]], anche quella del [[matronimico]] (ad esempio a [[Tarquinia]] sul sarcofago della Tomba dei Partunu, datata al III secolo a.C., si legge "Velthur, Larisal clan, Cucinial Thanxvilus, lupu aviils XXV" = "Velthur, di Laris figlio, (e) di Cuclnei Thanchvil, morto di anni 25"). Questa tradizione viene mantenuta in terra d'Etruria anche durante la prima età imperiale, come attestato da numerose iscrizioni latine (prevalentemente a [[Chiusi]], [[Perugia]] e [[Volsinii]]).
La donna, inoltre, continuava a portare il proprio patronimico o il proprio nome anche da sposata (ad es. su di un [[sarcofago]] da [[Tarquinia]] del V-I secolo a.C. si legge "Larthi Spantui, figlia di Larc Spantu, moglie di Arnth Partunu"). Per quanto si desume dalle iscrizioni di possesso su oggetti (vasi anche da simposio, statuette, fibule, ex voto) la donna, fin dal periodo orientalizzante, risulta, al pari dell'uomo, titolare di diritti reali: in qualche caso la donna risulta destinataria del dono (su un vaso del [[VI secolo a.C.]] si legge "mi(ni) aranth ramuthasi vestiricinala muluvanice" = "mi donò Aranth a Ramutha Vestiricinai"), in altri è la donna stessa a disporre di un proprio bene (ad es. su una fibula d'oro del [[650 a.C.]] si legge "mi velarunas atia" = "io (sono) della madre di Velaruna").
Le iscrizioni di possesso femminile su oggetti d'uso, sotto un diverso profilo, dimostrano come la donna, nei ceti alfabetizzati (aristocratici, ma anche scribi e vasai), sapeva leggere e scrivere. La donna etrusca risulta titolare di tombe, sarcofagi e urne, così come mostrato dalle relative iscrizioni femminili o da coperchi di sarcofagi e urne con rappresentazione di recumbenti femminili. Si segnala inoltre il rinvenimento, in non pochi casi, di corredi pertinenti a deposizioni femminili di particolare rilevanza quantitativa e qualitativa (ad es. i corredi di "Culni" della Tomba dei Vasi Greci di [[Caere]] databile alla fine del [[VI secolo]] o all'inizio del [[V secolo a.C.]] e di "Larthia" della Tomba Regolini Galassi di [[Caere]] del 650 a.C.): l'importanza del corredo attesta chiaramente il prestigio sociale e la ricchezza della defunta.
Si ritiene che la donna fosse anche titolare di attività economiche: alcune iscrizioni arcaiche ("Kusnailise" su ceramica e "Mi cusul puiunal" su tegola di prima fase) ed ellenistiche (dei bolli volsiniesi con l'iscrizione "Vel numnal") sono da interpretare come firma della proprietaria della bottega. Dall'attribuzione da parte di [[Tito Livio]] (''Storie'', I, 34 e 39) a [[Tanaquil]]la (moglie del re etrusco di Roma [[Tarquinio Prisco]]) di capacità divinatorie («esperta qual era, come lo sono di solito gli etruschi, nell'interpretazione dei celesti prodigi») si desume che anche le donne dell'aristocrazia potevano interpretare i segni degli dèi.
La possibile esistenza di classi di sacerdotesse in Etruria è stata sostenuta da [[Massimo Pallottino]] (''Studi Etruschi 3'', 1929, p. 532) con riferimento al termine "hatrencu" (ad es. "Murai Sethra hatrencu" = "Sethra Murai, la sacerdotessa" su parete della Tomba delle Iscrizioni di Vulci del III-I secolo a.C.) e da [[Mauro Cristofani]] (''Studi Etruschi 35'', 1980 p. 681) con riferimento a "tameru". Che la donna potesse avere un ruolo anche in certe pratiche religiose è possibile ipotizzarlo attraverso l'analisi di alcuni sarcofagi, come quello di [[Londra]] al [[British Museum]] con defunta sdraiata e cerbiatto che si abbevera ([[Tarquinia]] - IV secolo a.C.). Il Trono della tomba 89/1972 a [[Verucchio]], in provincia di [[Rimini]], mostra, nella parte bassa, un uomo e una donna di altissimo rango trasportati in corteo, su carri imponenti, verso un luogo recintato e all'aperto dove si svolge un rito, forse un sacrificio, gestito da due sacerdotesse alla presenza di guerrieri armati di elmo e lancia, e nella parte alta numerose donne intente a varie attività, tra cui quella del lavoro su alti e complessi telai.
Viene riferita un'epigrafe (su sepolcro da [[Tarquinia]] del IV-III secolo a.C.) che attesterebbe addirittura una donna magistrato: “il giudice Ramtha è stata moglie di Larth Spitus, è morta a 72 anni, ha generato 3 figli” ([[Arnaldo d'Aversa]], ''La Donna Etrusca'', p. 57; [[Paolo Giulierini]] in ''Archeologia Viva'' - luglio-agosto 2007 p. 58 - ''Le (discusse) donne d'Etruria'').
[[Aristotele]] (IV secolo a.C.) afferma che «gli Etruschi banchettano con le loro mogli, sdraiati sotto la stessa coperta» (Fragm. 607 Rose). L'iconografia etrusca (cfr., ad es., il Sarcofago cd. degli Sposi da [[Caere]] del VI secolo a.C., esposto al [[Museo di Villa Giulia]] in [[Roma]]; le pitture della Tomba dei Leopardi del V secolo a.C. e della Tomba della Caccia e della Pesca del VI secolo a.C. di [[Tarquinia]]; l'Urna cd. degli Sposi Anziani del II-I secolo a.C., esposta al [[Museo Guarnacci]] in [[Volterra]]) in effetti dimostra che le donne dell'aristocrazia partecipavano ai banchetti, sdraiate accanto agli uomini o sedute su un trono a fianco del letto, e tale partecipazione ne denota il ruolo nella società. Per converso deve essere ricordato che in Grecia le uniche donne ammesse ai banchetti erano le etere (prostitute). La partecipazione delle donne ai banchetti con gli uomini fu oggetto di pesante censura in termini di immoralità da parte degli autori greci (in particolare [[Teopompo]], scrittore della metà del IV secolo a.C.); tale opinione fu in parte determinata da un atteggiamento di incomprensione, dovuto al ben diverso ruolo sociale attribuito alla donna greca specialmente nel periodo classico, ed in parte all'ostilità verso un popolo nemico che in passato aveva a lungo contrastato i greci.
Il ritrovamento in deposizioni femminili (per quanto è dato desumere dai relativi corredi) di coppie di morsi di cavallo (a [[Bologna]], [[Veio]]) e di carri (a [[Veio]], [[Marsiliana d'Albegna|Marsiliana]], [[Vetulonia]]...) sottolinea il prestigio ed al tempo stesso la libertà di movimento delle donne dell'aristocrazia etrusca. La partecipazione della donna etrusca a manifestazioni pubbliche è testimoniata dalle pitture della tomba Tarquinese delle Bighe (fine VI secolo - primi V secolo a.C.). In un fregio che corre su tutte e quattro le pareti della camera funeraria sono raffigurate varie gare sportive: lotta, pugilato, salto, lancio del disco, lancio del giavellotto, corsa di bighe. Il pubblico, seduto su quattro tribune (poste agli angoli delle parete di fondo con quelle laterali), è rappresentato da uomini e donne (matrone con velo e giovinette con tutulus). Nella tribuna raffigurata sulla parete destra, in particolare, una matrona con velo (forse una sacerdotessa) è rappresentata in prima fila e due giovinette, più arretrate, assistono ai giochi tra degli uomini. La matrona con un gesto solenne sembra dare inizio alla gara delle bighe.
Il commediografo latino [[Plauto]] (III-II secolo a.C.) allude, attraverso le parole dello schiavo Lampadione, all'uso diffuso tra le donne etrusche di prostituirsi per procurarsi la dote (Cistellaria 296-302): "Io ti chiamo per ricondurti tra le ricchezze, e sistemarti in una doviziosa famiglia, dove avrai da tuo padre ventimila talenti per dote. Perché la dote non la debba fare qui da te, seguendo la moda etrusca, prostituendo vergognosamente il tuo corpo!". Anche per il riferimento alla prostituzione che sarebbe stata praticata dalle donne etrusche valgono le considerazioni già svolte a proposito della partecipazione femminile ai banchetti a proposito degli autori greci. Sappiamo semmai da fonti storiche ([[Gaio Lucilio]] - II secolo a.C.) fa riferimento a "le cortigiane di Pyrgos": apud Servio, Ad Aeneid., R, 164), ed in parte anche archeologiche, che in Etruria la prostituzione veniva praticata nella sua forma più "nobile": la prostituzione sacra (diffusa in [[Siria]], [[Fenicia]], [[Cipro]], [[Corinto]], [[Cartagine]], [[Erice]]). Il santuario del porto di [[Pyrgi]] (odierna [[Santa Severa (Santa Marinella)|Santa Severa]]) era costituito da due templi principali, uno greco e uno tuscanico più recente, racchiusi da un recinto sacro che lungo un lato presentavano tante piccole cellette che forse servivano appunto per la prostituzione sacra. Come noto, le prostitute sacre offrivano se stesse ai pellegrini e ai viaggiatori per sostenere le spese del tempio ed incrementarne le ricchezze.
=== Alte cariche dello Stato ===
* L''''Assemblea dei rappresentanti dei nobili''', controlla le decisioni del Lucumone;
* Il '''Lucumone''', re di ogni città-stato, più tardi sostituito dagli ''zilath'';
* '''Zilath''', magistrati eletti annualmente in epoca più avanzata (riconducibili alla carica dei pretori romani).
Simbolo del potere etrusco, poi esportato a [[Roma antica|Roma]] dal quinto re [[Tarquinio Prisco]], furono gli anelli,<ref name="FloroI,5.6">[[Floro]], ''Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC'', I, 5.6.</ref> lo [[scettro]], il ''[[paludamentum]]'',<ref name="FloroI,5.6"/> la [[trabea]],<ref name="FloroI,5.6"/> la [[sella curule]],<ref name="FloroI,5.6"/> le ''[[falera (ornamento)|faleree]]'',<ref name="FloroI,5.6"/> [[toga pretesta]]<ref name="FloroI,5.6"/> e i [[fascio littorio|fasci littori]].<ref name="FloroI,5.6"/> Ancora agli Etruschi si deve il primo [[trionfo]] celebrato su un [[quadriga|cocchio dorato a quattro cavalli]],<ref name="FloroI,5.6"/> vestito con una toga ricamata d'oro e una tunica ''palmata'' (con disegni di foglie di palma),<ref name="FloroI,5.6"/> vale a dire con tutte le decorazioni e le insegne per cui risplende l'autorità del comando.<ref name="FloroI,5.6"/>
=== Abbigliamento ===
[[File:IMG 1075 - Perugia - Museo archeologico - Urna etrusca - 7 ago 2006 - Foto G. Dall'Orto2.jpg|thumb|right|210px|Urna etrusca policroma conservata nel [[Museo archeologico nazionale dell'Umbria]].]]
Nell'abbigliamento etrusco, i principali tessuti erano la [[lana]], generalmente molto colorata, e il [[lino (fibra)|lino]], usato nel suo colore naturale. Gli Etruschi usavano abiti adatti per entrambi i sessi, accanto ad altri tagliati espressamente per uomo o per donna.<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 186.</ref>
Un indumento solamente maschile era il [[perizoma]], simile a dei calzoncini, mentre sia uomini che donne, specialmente se avanti negli anni, indossavano indifferentemente lunghe [[tunica (antica Roma)|tuniche]], talvolta abbinate ad un [[cappello]]. Gli etruschi inoltre mostravano particolare interesse per le [[calzature]], realizzate in [[cuoio]] o in stoffa ricamata. Molto eleganti erano dei sandali con la punta all'insù dall'aspetto orientale. Il sandalo con base in legno aveva una snodatura al centro che permetteva di piegare il piede. L'eleganza degli etruschi era proverbiale, il motto "vestire all'etrusca" fu in voga fra i romani per indicare grande raffinatezza. Dai rinvenimenti si sa che ricamassero tessuti a filo d'oro.<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 187.</ref>
Le donne, ma anche gli uomini, impreziosivano l'acconciatura e l'abito con gioielli di raffinata fattura ([[diadema|diademi]], [[orecchino|orecchini]], [[braccialetto|braccialetti]], [[Anello (gioiello)|anelli]] e [[fibula (spilla)|fibule]]). I gioielli erano di bronzo, d'argento, d'elettro e d'oro. L'elettro era una lega molto usata d'argento e oro.<ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 172.</ref><ref>''Il libro degli etruschi'', pag. 173.</ref>
=== Alimentazione ===
L'ingrediente base per l'alimentazione etrusca fu per molto tempo la farina di [[farro]], un tipo di grano facilmente coltivabile. Prima di essere usati come cibo, i chicchi di farro dovevano essere [[torrefazione|torrefatti]], per togliere loro la [[gluma]] (una specie di pellicina che li ricopre) ed eliminare l'umidità.<ref name="alimentazione">[http://www.beniculturali.it/alimentazione/sezioni/etastorica/etruria/index.html L'alimentazione in Etruria]</ref>
Con la farina di farro venivano preparate pappe e farinate, bollite con acqua e latte. L'alimentazione degli Etruschi prevedeva, oltre ai [[cereale|cereali]], anche varie specie di [[legume|legumi]], come [[lenticchia|lenticchie]], [[cicer arietinum|ceci]] e [[Vicia faba|fave]].<ref name="alimentazione"/>
Nonostante l'alimentazione basata su cereali e legumi fornisse tutte le principali sostanze nutritive, essa veniva integrata con la carne di [[maiale]], la [[selvaggina]], il [[cinghiale]], la carne di [[Ovis aries|pecora]] e tutti i prodotti derivati dal [[latte]]. Molto apprezzato era anche il [[pesce]], in particolar modo presso [[Populonia]] e [[Porto Ercole]].<ref name="alimentazione"/>
Gli etruschi conoscevano inoltre la forchetta: ne sono state rinvenute identiche a quelle odierne, cioè con i quattro [[Rebbio|rebbi]] incurvati, ma con un fusto sottile cilindrico e una pallina in cima. Si suppone però che l'uso non fosse individuale ma servisse a fermare la carne per tagliarla nel piatto di portata.<ref name="alimentazione"/>
=== Medicina ===
Gli Etruschi possedevano una buona conoscenza della [[medicina]], esemplificata dalle nozioni di [[anatomia]] e [[fisiologia]], dalla pratica della trapanazione cranica e delle [[protesi dentaria|protesi dentarie]] in oro, evidenziate dai resti umani e dalle terrecotte. Era praticata la circoncisione, e le sezioni anatomiche mettono in risalto molti organi interni, come il [[cuore]] e i [[polmoni]]. Sorprendenti sono gli [[utero|uteri]] contenenti all'interno una pallina, che potrebbero risultare la più antica raffigurazione di vita intrauterina della storia.<ref>Gaspare Baggieri, "Religiosità e medicina degli Etruschi", pubblicato su ''Le Scienze'' (''American Scientific'') volume 350, 1998, pagg. 76-81.</ref>
=== Giochi e passatempi ===
La passione per i [[giochi]] era molto diffusa tra gli Etruschi. Famoso era il gioco del ''cottabo''. Consisteva in una lunga asta interrotta da un largo disco a circa metà dell'altezza. La sommità dell'asta era completata da una figurina che sosteneva in equilibrio un secondo disco più piccolo del precedente. I contendenti dovevano lanciare del [[vino]] contenuto in una coppa verso il disco posto in alto, in bilico, cercando di farlo cadere su quello sottostante. Le regole prevedevano che il movimento della [[mano]] venisse eseguito a scatto e che l'impugnatura fosse fatta infilando il [[dito indice]] in uno dei manici con la base della [[tazza]] poggiata sulla parte esterna del polso. La posta in palio consisteva quasi sempre in una fanciulla, ma talvolta il premio era costituito da oggetti preziosi, cibi raffinati e denaro.
Un gioco funebre era probabilmente quello rappresentato negli affreschi della ''Tomba degli Àuguri'', a [[Tarquinia]]. Il gioco si svolgeva così: un [[uomo]] aizza un [[cane]] al guinzaglio contro un altro uomo incappucciato e armato di [[clava]]. Questi si batte strenuamente menando grandi botte da ogni parte, ma alla fine, stremato e sanguinante, cede agli attacchi furiosi dell'[[animale]] cadendone vittima.
Il ''gioco della pertica'' doveva invece assomigliare al [[albero della cuccagna|«palo della cuccagna»]] che possiamo vedere ancora oggi in alcune [[feste]] paesane. Su una pertica di [[legno]], resa viscida e scivolosa da uno strato di [[grasso]], cercavano di arrampicarsi a turno alcuni giovani. Vinceva quello che per primo riusciva a salire fino in cima.
== Economia ==
[[Gaio Plinio Cecilio Secondo|Plinio il giovane]] descrive l'[[Etruria]], dalla sua residenza di [[Città di Castello]] in questo modo: {{quote|[...] una piana vasta e spaziosa è cinta da montagne che hanno sulla sommità boschi antichi di alto [[fusto]], la selvaggina vi è abbondante e varia, ai loro piedi, da ogni lato, si estendono, allacciati tra loro in modo da coprire uno spazio lungo e largo; al limite inferiore sorgono boschetti, le praterie cosparse di fiori producono [[trifoglio]] e altre erbe aromatiche tenere, essendo tutti quei terreni irrigati da sorgenti inesauribili. Il fiume attraversa la campagna e siccome è navigabile porta alla città i prodotti dei terreni a monte, almeno in inverno e primavera, perché in estate è in magra. Si prova un piacere grandissimo a contemplare l'insieme del paesaggio oltre la montagna perché ciò che si vede non sembrerà una campagna, ma un quadro di paesaggio di grande bellezza. Questa varietà, questa disposizione felice, ovunque tu posi lo sguardo, lo rallegra.|[[Gaio Plinio Cecilio Secondo]]}}
Vari poeti hanno spesso decantato l'Etruria come un territorio opulento, fertile e ricco, per l'abbondanza di [[fauna]], la ricchezza dei raccolti e delle vendemmie. Questo non valeva per alcune aree costiere ed interne: l'attuale [[Maremma]] e la [[Val di Chiana]] erano infatti malsane e paludose, fonti di continue epidemie [[malaria|malariche]] e difficili da coltivare, per questo i re etruschi investirono molte risorse al fine avviare una completa bonifica dei loro territori e di quelli vicini; la stessa Roma subì un'importante opera di risanamento attraverso opere di canalizzazione e drenaggio, creazione di cisterne e fogne.<ref name="cerealiolivi"/>
=== Produzione cerealicola ===
L'[[Etruria]] diventa un importante produttore di [[cerealicoltura|cereali]] già nel V secolo a.C. Roma mostra una forte dipendenza dal grano prodotto dagli etruschi, specialmente da quello di [[Chiusi]] e [[Arezzo]]. Da [[Gaio Plinio Secondo|Plinio il Vecchio]] si viene a conoscenza che tra i grani prodotti vi era il [[Triticum aestivum|siligo]] usato principalmente per la produzione di pane, focacce e pasta tenera. [[Publio Ovidio Nasone|Ovidio]], meglio conosciuto per scritti come l<nowiki>'</nowiki>''[[Ars amatoria]]'', descrive le proprietà delle farine etrusche e le consiglia, data la loro finezza, come cipria per abbellire i volti delle donne romane.<ref name="cerealiolivi"/>
=== Viticoltura ===
Pur non potendo datare esattamente l'inizio dell'attività viticola da parte degli etruschi, si può supporre che prese piede agli inizi dell'[[età del ferro]], anche se certamente la vite era già conosciuta in epoche precedenti.<ref>Il libro degli etruschi, pagina 86.</ref>
Di tale attività le popolazioni italiche fecero una vera e propria impresa commerciale tanto che [[Marco Terenzio Varrone|Varrone]] cita in un suo scritto:
{{quote|[...] non è l'Italia così ricca di alberi da sembrare un giardino? Forse che la [[Frisia (regione storica)|Frisia]], da [[Omero]] detta vitifera... in quale terra un [[jugero]] rende 10 o anche 15 [[cullei]] di vino, come alcuni luoghi d'Italia?|Varrone}}
La coltivazione della vite, ideata e propagata in tutti i territori controllati dagli etruschi, era quello della vite a tutore vivo, o vite maritata, con i ceppi piantati cioè vicino a un albero. In Toscana è ancora possibile vederne anche nel Chianti con l'acero, nel ferrarese con pioppi, castagni e noci, un po' ovunque con l'olmo. Anche i popoli vicini adottarono il sistema etrusco, alternativo al sistema della Magna Grecia a ceppo basso con tutore morto, compresi Sanniti nel centro, e i Galli della zona cisalpina nelle odierne regioni Piemonte e Lombardia.Il sistema fu dominante fino a fine ottocento, quando le necessità commerciali e meccaniche hanno trasformato in modo irreparabile questo modo, certo romantico, di allevare la vite. L'[[Asprinio di Aversa]] è coltivato quasi esclusivamente con vite maritate, e un consorzio di tutela impedisce la scomparsa di questo elemento costitutivo dello storico paesaggio agricolo italiano.
Molti greci apprezzavano il vino Etrusco: [[Dionisio di Alicarnasso]] indicava come eccellente quello dei [[Sette colli di Roma|Colli romani]], altri preferivano i vini prodotti nell'area del [[Vino Nobile di Montepulciano]], del [[Brunello di Montalcino|Brunello]] e di tutta l'area dell'odierno [[Chianti (vino)|Chianti]] per il loro aroma e per il loro rosso brillante. Sempre molto conosciuti, anche per far capire l'entità e l'importanza della produzione viticola, erano i vini di [[Luni]], [[Adria]], [[Cesena]], il rosato di [[Veio]], i vini dolci d'[[Orvieto]], [[Todi]] ed [[Arezzo]], famosi all'epoca per essere particolarmente forti.<ref name="viticoltura">Il libro degli etruschi, pagina 87.</ref>
Sempre agli Etruschi si devono i primi studi sulle coltivazioni di vite, gli innesti, la creazione di ibridi, la disposizione degli impianti, tanto da essere apprezzati come validi coltivatori in tutto il bacino del mediterraneo.<ref name="viticoltura"/>
=== L'ulivo ===
Non vi sono certezze circa la produzione da parte degli etruschi dell'olio d'oliva, di cui erano consumatori, prima del [[VII secolo a.C.]] La coltivazione dell'[[Olea europaea|ulivo]] non era documentata ai tempi di [[Tarquinio Prisco]] 616 a.C. Esportata in Calabria e poi in Sicilia ad opera dei greci, l'[[olivicoltura]], prese piede verso nord. Durante la decadenza delle [[lucumone|lucumonie]], si inizia a trovare traccia dei primi impianti nel territorio dell'Etruria. Questo, in verità, non esclude che l'oleicoltura fosse praticata anche precedentemente, come sembrerebbe più probabile. Fu solo dopo la fusione del popolo Etrusco con quello Romano che si ebbe una vera ed ampia diffusione della pianta d'ulivo, tale espansione degli impianti era indotta sia dall'alto valore commerciale dell'olio che dal clima favorevole trovato dalla pianta d'ulivo in Toscana, Umbria e alto Lazio.<ref name="cerealiolivi">Il libro degli etruschi, pagina 176.</ref>
=== Produzioni tipiche ===
* [[Arezzo]] (''Aritim''): pale, [[bacile|bacili]], falci, scudi, elmi, scudi, mole, bestiame vario.
* [[Bolsena]]: vino, sculture in bronzo, ceramica e [[bucchero|buccheri]].
* [[Cerveteri]] (''Caisra''): buccheri, oreficeria, argento lavorato, frumento, bronzo lavorato, carni di maiale e cinghiale lavorato.
* [[Chiusi]] (''Clevsi''): ceramiche e buccheri, vasi, legname, vino, bacili.
* [[Perugia]] (''Perusia''): sculture in bronzo, vino, legname di pino, castagno ed abete.
* [[Populonia]] (''Pupluna''): ferro e bronzo grezzo, tessuti, armi, elmi.
* [[Area archeologica di Roselle|Roselle]] (''Rusel''): lance, spade, coltelli, elmi, scudi, legno d'abete, tegole e tubature in terracotta.
* [[Tarquinia]] (''Tachuna''): Vino, olio, lino, materiali per la concia delle pelli, tufi speciali (tufo nenfro proveniente però dalla zona di Tuscania)
* [[Veio]]: Ceramiche, terrecotte, carni lavorate.
* [[Vetulonia]] (''Vetluna''): oreficeria, bronzo, metalli lavorati, minerali grezzi, alcune suppellettili.
* [[Volterra]] (''Velathri''): pece, ceramica, legno d'abete, frumento.
* [[Vulci]]: decorazioni suppellettili e statue in bronzo, ceramiche.
== Lingua ==
{{vedi anche|Lingua etrusca}}
[[File:IMG 1092 - Perugia - Museo archeologico - Cippo di Perugia - secc III-II aC - 7 ago 2006 - Foto G. Dall'.jpg|thumb|right|200px|[[Cippo di Perugia]] ([[III secolo a.C.|III]]-[[II secolo a.C.]])]]
L'Etrusco fu una lingua parlata e scritta in diverse zone d'Italia e precisamente nell'antica regione dell'Etruria (odierne Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale), nella pianura padana - attuali Lombardia ed Emilia-Romagna, dove gli Etruschi furono espulsi successivamente dai Galli e nella [[pianura campana]], dove furono poi assorbiti dai Sanniti. Tuttavia, il latino sostituì completamente l'Etrusco, lasciando solo alcuni documenti e molti [[prestito linguistico|prestiti linguistici]] nel Latino (per esempio, persona dall'Etrusco fersu), e numerosi [[toponimi]], come Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, forse Parma, e un po' tutti quelli che finiscono in "-ena" (Cesena, Bolsena, ecc.). Altri esempi di termini di probabile origine etrusca sono: atrium, fullo, histrio, lanista, miles, mundus, populus, radius, subulo. La lingua etrusca risulta attestata tra il IX e il III secolo a.C.
Era una lingua, secondo i più, non indoeuropea, ma alcuni linguisti, ad esempio Adrados, recentemente hanno proposto una (controversa) filiazione da una fase molto antica delle [[lingue indoeuropee]] di tipo [[lingue anatoliche|Anatolico]], particolarmente il [[lingua luvia|luvio]] (si veda anche l'analogo problema del [[lingua tartessica|tartessico]] e l'ipotesi di Wikander). La lingua etrusca, inizialmente diffusa nell'Etruria propria (Alto Lazio - Toscana, tra Tevere e Arno), si affermò successivamente in un'area più vasta, in parte della pianura padana e della Campania, in seguito alla notevole espansione della cultura etrusca intorno al VI secolo a.C. In particolare il [[dialetto di Comacchio]], che presenta una particolare fonetica differente da tutti i dialetti confinanti, sarebbe, secondo un'ipotesi<ref>Salvatore Barbagallo, ''Il dialetto di Comacchio con appendice archeologica'', Bologna, Ponte Nuovo, 1960.</ref> la lingua parlata attualmente più simile all'antico etrusco, mantenutasi grazie all'isolamento territoriale in cui è rimasto il territorio comacchiese fino all'epoca moderna.
[[Giacomo Devoto]] propose e più volte sostenne la definizione della Lingua etrusca come [[Peri-indoeuropeo|Peri-indoeuropea]]<ref>Giacomo Devoto, ''Pelasgo e peri-indeuropeo'' (1943) in ''Studi etruschi'', Firenze, Olschki, 1971.</ref>. Altri studiosi (Helmut Rix) collegano l'etrusco anche alla [[lingua retica]], parlata dai [[Reti]] nell'area alpina fino al III secolo d.C.
=== L'alfabeto ===
{{vedi anche|Lingua etrusca#Alfabeto}}
Esistono due tipi di alfabeto etrusco:
* '''arcaico''': usato tra il [[VII secolo a.C.|VII]] e il [[V secolo a.C.]], è di stretta derivazione dall'[[alfabeto greco]], appena modificato per adattarlo alla lingua etrusca;
* '''recente''', usato tra il [[IV secolo a.C.|IV]] e il [[I secolo a.C.]], deriva dall'alfabeto arcaico ed è l'alfabeto definitivo usato dagli etruschi fino al loro completo assorbimento nella civiltà romana.
Il verso della scrittura è [[Scrittura bustrofedica|bustrofedico]] nelle più antiche iscrizioni, mentre quelle classiche hanno l'andamento verso sinistra come nel punico. Poche iscrizioni seguono l'andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi. All'inizio le parole venivano scritte l'una di seguito all'altra senza punteggiatura o caratteri di separazione, poi si iniziò ad inserire da uno a quattro punti sovrapposti per separare le parole. Non esisteva il carattere maiuscolo o minuscolo.
== Calendario ==
Poco ci resta del computo del tempo degli etruschi.
Non avevano le nostre settimane e quindi neppure il nome dei giorni. Probabilmente il giorno iniziava all'alba. L'anno invece poteva iniziare come nella Roma arcaica il primo giorno di marzo (cioè il nostro 15 febbraio), o qualche giorno prima, il 7 febbraio.
Probabilmente calcolavano i giorni di ogni mese come i romani, con le calende, che è una parola di origine etrusca.
Ci resta testimonianza del nome di otto mesi del calendario sacro:
* '''uelcitanus''' (lat.) = marzo.
* '''aberas''' (lat.) = aprile; apirase = nel mese di aprile.
* '''ampiles''' (lat.) = maggio; anpilie = nel mese di maggio.
* '''aclus''' (lat.) = giugno; acal(v) e = nel mese di giugno.
* '''traneus''' (lat.) = luglio.
* '''ermius''' (lat.) = agosto.
* '''celius''' (lat.) = settembre; celi = nel mese di settembre.
* '''xof(f) er(?)''' (lat.) = ottobre.
== Religione ==
La civiltà etrusca si può ben definire una civiltà [[Politeismo|politeista]]. Alle [[Mitologia etrusca|divinità]] essi dedicarono numerosi [[templi]], costruiti non solo nelle città, nelle [[acropoli]], ma anche nei luoghi di passaggio, come porti e valichi. Nel tempio si recavano per pregare, offrire sacrifici, cibo, vino e doni votivi alle divinità, ingraziandosi - in questo modo - la benevolenza di questi.
La religione svolgeva un ruolo centrale (soprattutto dal punto di vista ritualistico) nella vita di questo popolo. Secondo gli Etruschi, infatti, gli dèi rivelavano agli uomini la propria volontà, e quindi il loro destino, attraverso particolari segni. Tali segni venivano interpretati dai ''sacerdoti'', ognuno dei quali aveva una sfera di competenza ben precisa. A seconda della loro specializzazione, essi si distinguevano in:
* [[àuguri]]: sacerdoti che interpretavano la volontà divina attraverso lo studio del volo degli uccelli (pratica più comunemente diffusa fra i romani);
* [[aruspici]]: sacerdoti che sapevano leggere le viscere (fegato e intestino) degli animali;
* [[fulguratores]]: sacerdoti abilissimi (e per questo rinomati) nell'interpretazione dei fulmini.
L'insieme delle dottrine del complesso mondo religioso etrusco era racchiuso in quella che i romani definirono ''Etrusca Disciplina'', una raccolta codificata di riti e pratiche dei rapporti con il divino e non solo.
=== Il divino ===
Il rapporto tra l'uomo etrusco e il divino era un rapporto di totale sottomissione e di annullamento dell'individuo di fronte alla volontà degli dèi. Erano quest'ultimi, infatti, a stabilire il corso del destino degli uomini (e anche quello degli Stati). Di fronte alle decisioni divine, l'uomo non si poteva opporre, ma solo sottostare. Poteva però prevedere il proprio destino attraverso un attento studio dei segni che gli dèi mandavano periodicamente sulla terra, per poi necessariamente adeguarsi ad esso, osservando inoltre rigide regole comportamentali per non recare offesa agli dèi. Gli era inoltre concesso di fare sacrifici e riti propiziatori per chiedere, magari, di mutare un destino rivelatosi sfavorevole.
=== Le divinità ===
{{vedi anche|Mitologia etrusca}}
Gli [[Mitologia etrusca|dèi etruschi]] alle origini della civiltà erano semplici entità, spiriti privi di forma che si manifestavano occasionalmente. È solo con la fase ''orientalizzante'' che, sotto l'influsso culturale dei greci, le divinità etrusche assumono l'aspetto antropomorfo. I tre dèi più importanti sono: [[Tinia]] (che corrisponde a [[Zeus]]), la sua sposa [[Uni (mitologia)|Uni]] ([[Era (mitologia)|Era]]) e loro figlia [[Menrva]] ([[Atena]]). Altri dèi importanti sono: [[Turms]] ([[Ermes]]), [[Fufluns]] ([[Dioniso]]) e [[Voltumna]]. Oltre agli dèi esistevano anche i demoni, che secondo la credenza etrusca si incontravano dopo la morte. I principali sono: [[Charun]] (che corrisponde pienamente al [[Caronte (mitologia)|Caronte]] dei greci), un demone che accompagnava le anime nell'aldilà ed è raffigurato alato, con una bocca simile a quella degli uccelli, con orecchie aguzze e armato di un martello. Un altro demone ostile è [[Tuchulcha]]: anch'esso è raffigurato con un becco, due ali e coperto di serpenti sulla testa. Una dea amichevole è invece [[Vanth]].
=== La divinazione ===
Nella cultura etrusca la [[Arte divinatoria|divinazione]] occupava un ruolo fondamentale. Essa si basava sul concetto di predestinazione, secondo il quale la vita di ogni essere vivente sarebbe già stata scritta dagli dèi fin dalla nascita. L'arte divinatoria permetteva all'uomo etrusco di prevedere, attraverso lo studio di segni specifici, la volontà divina - e quindi il proprio destino - solo per adeguarvisi.
La divinazione etrusca si divide in due branche principali: l'''[[aruspicina]]'', ovvero l'interpretazione della volontà divina attraverso lo studio delle viscere animali - e, più precisamente, [[fegato]] ([[epatoscopia]]) ed [[intestino]] ([[estispicio]]) - e la ''dottrina dei fulmini'', ovvero l'interpretazione dei [[fulmini]]. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, l'arte divinatoria [[Augure|augurale]] (ovvero lo studio del volo degli uccelli), pratica tipica dei sacerdoti romani, non era tenuta molto in considerazione presso gli etruschi.
L'arte divinatoria si basava sulla determinazione del ''templum'', ossia uno spazio sacro che rifletteva la suddivisione del cielo. Secondo gli etruschi la volta celeste è attraversata idealmente da due rette perpendicolari: ''[[Cardine (storia romana)|cardo]]'' (nord-sud) e ''[[decumano]]'' (est-ovest). Queste due rette dividono la volta celeste in quattro principali settori: partendo dall'asse orizzontale (decumano) e dirigendosi verso sud si delimita la ''pars àntica'' (parte anteriore), mentre verso nord la ''pars postica'' (parte posteriore). Allo stesso modo, prendendo l'asse verticale (cardo) si delimita a ovest la ''pars hostilis'' o ''pars occidentalis'' o ''pars dextare'', mentre ad est la ''pars familiaris'' o ''pars orientalis'' o ''pars sinistrae''. Ogni quadrante (formato dall'intersezione delle due rette) veniva diviso in altri quattro settori, per un totale di 16 settori, ognuno dei quali costituiva la sede di una divinità diversa: nel quadrante nord-est dimoravano le divinità più favorevoli (fra cui [[Tinia]] e [[Uni (mitologia)|Uni]]), mentre i settori del quadrante nord-ovest erano i più infausti, ed erano dedicati ai demoni dell'oltretomba; infine, i quadranti sud-ovest e sud-est erano le dimore delle divinità terrestri e della natura. A seconda del settore del cielo in cui apparivano fulmini, meteore o altri prodigi, il sacerdote risaliva alla divinità che governava quel settore e che, quindi, aveva scatenato il segno (stabilendo in questo modo se era di buon auspicio o meno), per poi cercare di dare un'interpretazione più concreta della volontà divina in base alla descrizione del prodigio e alle circostanze in cui si era verificato. La suddivisione della volta celeste si proiettava, poi, sugli elementi della terra, grazie alla stretta correlazione tra [[macrocosmo e microcosmo]], punto cardine della religione etrusca. Quindi anche il fegato degli animali sacrificati rifletteva lo schema celeste e veniva idealmente suddiviso in settori dedicati alle varie divinità, le cui volontà venivano interpretate per mezzo delle particolarità osservate, come anomalie, cicatrici o altri segni particolari.
=== Libri sacri e riti etruschi ===
Con il termine ''Etrusca Disciplina'' (in etrusco ''Tesns Rasnas'') si intende il complesso di norme e dottrine che regolavano la religione etrusca, per lo più raccolte in una serie di libri costituenti una sorta di "sacra scrittura". Tutto ciò che si sa di questa ''etrusca disciplina'' lo si deve agli autori romani (come ad esempio [[Cicerone]]), poiché tutti gli scritti etruschi sono andati perduti. I libri principali sono tre:
==== Libri Haruspicini ====
Sono chiamati anche ''Libri Tagetici'', da [[Tages|Tagete]], il semidio ragazzo figlio di Genio e di [[Tinia]] - emerso dal solco di un aratro nella campagna di [[Tarquinia]] - e da lui rivelati agli etruschi, insegnando loro l'arte e la tecnica dell'[[aruspicina]]. Questi libri trattavano l'interpretazione dei segni divini attraverso lo studio delle viscere animali ([[aruspicina]]).
==== Libri Fulgurales ====
Sono chiamati anche ''Vegonici'', dal nome della ninfa [[Ninfa Vegoia|Vegoia]] da cui avrebbero avuto origine. In essi si trattava lo studio dei [[fulmini]]. Il fulmine era considerato il segno divino più importante, poiché era la manifestazione materiale del dio [[Tinia]]. A seconda della parte del cielo da cui veniva scagliato (Tinia poteva usufruire di tutti i settori della volta celeste e addirittura delegare altre divinità), del colore, della distanza, della forma e di altri aspetti, si cercava di interpretarne il significato. Importante era anche il numero dei fulmini scatenati: il primo veniva considerato un semplice avvertimento; il secondo era segno di minaccia; il terzo significava distruzione certa.
==== Libri Rituales ====
Essi contenevano l'elenco ed una descrizione scrupolosa e dettagliata dei riti religiosi da seguire in particolari occasioni. Tipico era il rito di fondazione di una città: dapprima si tracciavano con il [[lituo (antichità)|lituo]] (bastone ricurvo in cima usato dalle massime autorità e dai sacerdoti) due rette perpendicolari ([[Cardine (storia romana)|Cardo]] e [[Decumano]]), formando quella che veniva chiamata ''croce sacrale'', al cui centro (nel punto esatto di incontro delle due rette) veniva scavata una fossa (considerata come la porta di collegamento tra il regno dei vivi e quello dei morti) e ricoperta da lastre di pietra. Proprio nel punto esatto della fossa, il sacerdote, rivolto verso Sud, doveva pronunciare la seguente formula: "''Questo è il mio davanti, questo il mio didietro, questa la mia sinistra, questa la mia destra''".<ref>Teresa Buongiorno, ''[[Ragazzo etrusco]]'', 1977, pag. 134.</ref> Poi veniva tracciato il perimetro della città utilizzando un vomere di bronzo e prestando attenzione affinché le zolle di terra sollevate ricadessero all'interno (segnando il punto dove sarebbero state erette le mura, mentre il solco ne segnava il vallo). In corrispondenza delle porte cittadine il vomere veniva sollevato. Ogni città doveva avere un minimo di tre porte: una dedicata al dio [[Tinia]], uno alla dea [[Uni (mitologia)|Uni]] e la terza alla dea [[Menrva]] (in onore dei quali dovevano essere dedicati altrettanti templi e altrettante strade). La porta a Est veniva considerata di buon auspicio; per contro, la porta a Ovest era la porta infausta (da lì venivano fatti passare i condannati a morte). Subito all'interno e all'esterno delle mura perimetrali vi era una striscia di terra chiamata ''[[Pomerium|pomerio]]'' dove era vietato sia coltivare che edificare. Infine, all'interno della città le strade venivano tracciate parallele alla croce sacrale, cosicché da formare un reticolato (tipo scacchiera) dove ogni quadrato corrispondeva a un ''isolato''. <br /> Parte integrante dei ''Libri Rituales'' sono:
* '''Libri Acherontici''', sul mondo dell'oltretomba.
* '''Libri Fatales''', sulla suddivisione del tempo e la durata del ciclo vitale dell'uomo e di uno Stato. Secondo la credenza etrusca, la vita di ogni essere vivente era divisa in cicli di sette anni ciascuno (chiamati ''Settimane''), per un massimo di dodici cicli (84 anni). La vita media dell'uomo etrusco arrivava circa fino a dieci cicli (70 anni) e nell'ultimo anno di ogni ciclo (considerato il più critico) si doveva prestare particolare attenzione ai segnali divini. Anche la durata degli Stati era stabilita a priori dagli dèi, ed era suddivisa in cicli chiamati ''Secoli'', la cui durata non era di cento anni l'uno, ma cambiava di volta in volta (erano sempre gli dèi a deciderlo). Uno Stato poteva durare al massimo dieci cicli. Al termine di ogni ciclo gli dèi mandavano segni chiari e ben precisi, come il passaggio di una cometa, epidemie, o altre calamità. A quel punto gli etruschi capivano che un'era (o secolo) era passata e stava per cominciarne un'altra.
* '''Ostentaria''', sull'interpretazione dei prodigi.
L'etrusca disciplina era tenuta in grande considerazione presso i romani, tanto che questa letteratura sacra etrusca fu tradotta in latino.
=== I templi ===
Dei templi etruschi e più in generale dell'architettura religiosa sono giunte sino a noi solo poche testimonianze, a causa del fatto che i templi erano costruiti in buona parte con materiali deperibili. Rilevanti informazioni sono offerte dal ''De Architectura'' di [[Vitruvio]], che li classificava (in particolare le colonne) sotto un nuovo ordine, quello di "Tuscanicae dispositiones", esemplificando l'elementare metodo di tracciamento dell'impianto tipico ed i caratteri essenziali della struttura architettonica. Il tempio era accessibile non tramite un crepidoma perimetrale, ma attraverso una scalinata frontale, orientata a mezzogiorno, cioè verso la parte favorevole del cielo. L'area del tempio è divisa in due zone: una antecedente o pronao con otto colonne disposte in due file da quattro, una posteriore costituita da tre celle uguali e coperte, ognuna dedicata ad una particolare divinità.
A differenza dei templi greci ed egizi, che si evolvevano assieme alla civiltà e alla società, pare che i templi etruschi siano rimasti sostanzialmente sempre uguali nei secoli, forse a causa del fatto che nella mentalità etrusca essi non erano la dimora terrena della divinità, bensì un luogo in cui recarsi per pregare gli dei (e sperare di essere ascoltati).
Frequenti erano gli omaggi da portare nei templi, solitamente consistenti in statuette votive in terracotta o bronzo, oppure in offerte sacrificali (agnelli, capre, ecc.). Elementi decorativi del tempio etrusco sono perlopiù applicazioni fittili, in buona parte realizzate serialmente a stampo. Fra queste, in particolare, acroteri ed antefisse in terracotta dipinta. Un esempio significativo è l'antefissa con la testa di [[Gorgone]] nel tempio del Portonaccio a Veio, oggi conservato al [[Museo Nazionale di Villa Giulia]] a Roma.
== L'arte ==
{{vedi anche|arte etrusca}}
L'arte etrusca è fortemente connessa a esigenze di carattere religioso. Essi avevano una visione molto cupa della morte. Non credevano nella beatitudine nella vita ultraterrena come gli Egizi, né avevano con gli dei un rapporto confidenziale come i Greci. Gli dei etruschi erano invece ostili e disposti a fare del male. La religione etrusca serve quindi per interpretare la volontà di questi dei e accettare e soddisfare ciecamente il loro volere.
=== La pittura ===
{{vedi anche|pittura etrusca}}
La [[pittura etrusca]] rappresenta una delle manifestazioni più elevate dell'arte e della civilizzazione etrusca. Ha un'importanza notevole per il fatto che si tratta del più importante esempio di arte figurativa preromana, nonché il primo capitolo della storia della pittura italica e italiana, preceduta in Europa dalla [[pittura minoica]] e micenea e contemporanea della [[pittura greca]]. Grazie a fortunati ritrovamenti relativi soprattutto a pittura funeraria, la pittura etrusca costituisce oggi il più importante patrimonio pittorico dell'umanità relativo all'antichità.
La pittura etrusca si sviluppa nel corso di diversi secoli dall'VIII sino al II secolo a.C. in contemporanea con la più evoluta pittura greca da cui è influenzata in molti aspetti, pur sviluppando una sua autonomia se non altro per gli usi specifici che di essa la civiltà etrusca ha fatto. La pittura etrusca ci fornisce anche un'idea di quello che avrebbe dovuto essere la pittura greca, visto che di quest'ultima non si è conservato praticamente niente.
La pittura etrusca ci è pervenuta da diverse fonti:
* gli affreschi nelle tombe in diverse necropoli dell'Etruria;
* la [[pittura vascolare]];
* alcuni frammenti di pittura in edifici pubblici quali templi.
=== L'arte della ceramica e la bronzistica ===
{{Vedi anche|Ceramica etrusca}}
Le ceramiche di impasto a noi note in questo periodo (IX sec – inizi VIII sec.) sono per lo più di provenienza funeraria e molto curate, sia nell'elaborazione di forme speciali, come i vasi biconici usati per raccogliere le ceneri dei defunti, sia nella loro decorazione eseguita ad incisione e ad impressione. I motivi sono relativamente semplici, di tradizione geometrica (meandri semplici e spezzati, riquadri e metope, motivi angolari e svastiche), ma disposti sapientemente sulla superficie vascolare in modo da sottolineare le articolazioni della forma del vaso.
Ne è un esempio il cinerario fittile biconico villanoviano (IX sec) conservato al Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto: esso mostra una forma abbastanza tozza, un forte slancio dell'imboccatura, una decorazione geometrica con meandro semplice sulla pancia e fasce e denti di lupo pendenti sul collo.
Nel corso dell'VIII secolo, le forme si moltiplicano: aumentano i vasi nelle tombe per sottolineare il consolidarsi delle differenze sociali; le forme vascolari più variate (vasi per contenere liquidi, piatti per cibi solidi) evidenziano il diffondersi di particolari cerimoniali di banchetto. Le appendici plastiche si fanno più numerose: compaiono ad esempio figurine seduta sull'ansa del vaso e scene di banchetto a tutto tondo sul coperchio; mentre alcuni vasi sono configurati con cavalli, cavalieri sormontanti il contenitore o forme interamente plastiche a forma di animale, anatre o tori.
La decorazione geometrica perde invece la monumentalità, il rigore e la coerenza del passato, mentre si introducono la decorazione a "falsa cordicella" (cioè a stampo con pettini e rotelle), cerchietti concentrici e figure zoomorfe schematiche. Questi nuovi repertori decorativi della ceramica di impasto sembrano derivare dalla contemporanea produzione in metallo, con la quale emerge in maniera preponderante l'aristocrazia. Il metallo più lavorato di questo periodo è il bronzo laminato e fuso, mentre il ferro è ancora poco diffuso e solo nel corso dell'VIII secolo viene destinato a impieghi più consistenti (armi – strumenti di lavoro); raro permane invece, l'uso di metalli preziosi (oro-argento-elettro) per fibule e piccoli oggetti di ornamento. Il bronzo laminato è impiegato per oggetti personali (bracciali-cinturoni), per vasellame (coppe-tripodi-carrelli), per oggetti di prestigio (“palette”-cinerari biconici o a capanna) e per le armi.
===I grandi maestri etruschi===
[[File:GiorcesVeiiApollo1.jpg|thumb|right|200px|Particolare dell'Apollo di Vulca]]
Uno dei pochi maestri etruschi a noi noti è [[Vulca]]. Di questi è famoso il tempio di Portonaccio a Veio. Molto importante la statua qui ritrovata di Apollo, che ha degli elementi in comune con le statue greche, come le incisioni sui capelli, le pieghe della veste e il sorriso. Lo scatto del dio però suggerisce un vigore sconosciuto agli artisti greci. La gamba sinistra avanzata, il busto inclinato e le braccia sollevata indicano il compimento di un gesto impetuoso, data anche l'evidenza della muscolatura.
=== Lavorazione dell'oro ===
==== La granulazione ====
[[File:Pendentive Akheloos Louvre Bj498.jpg|thumb|200px|left|Pendente di una collana etrusca rappresentante la testa di [[Acheloo]], [[480 a.C.]] circa]]
La [[Granulazione (oreficeria)|granulazione]] è una raffinata tecnica di lavorazione dell'oro grazie alla quale gli Etruschi venivano considerati dei veri e propri maestri dell'arte orafa. Questa particolare tecnica consisteva nell'applicare piccolissime sfere (granuli) d'oro in particolari decorazioni sui [[Gioielleria|gioielli]]. Si partiva da sottilissimi fili d'oro (di pochi decimi di millimetro di diametro) tagliati in minuscole parti fino ad ottenere una sottile "paglia". Questa, mescolata a [[Carbone (minerale)|carbone]] in polvere, veniva compressa in un [[crogiolo]] (sigillato con [[argilla]]) e sottoposta ad elevate temperature fino a raggiungere la [[Lavorazione dei metalli#Fusione|fusione]]. La reazione chimica provocata dal carbone impediva all'oro fuso, durante il successivo processo di raffreddamento, di ricomporsi in maniera uniforme, costringendolo - invece - a "stracciarsi" formando una serie di minuscoli granellini. Una volta raffreddato completamente, l'oro veniva lavato. A quel punto, per applicare i granelli sul gioiello, veniva utilizzata una speciale [[colla]] (composta principalmente da [[carbonato di rame]], acqua e [[colla di pesce]]), spalmata direttamente sulla superficie del monile. I granuli potevano, così, essere applicati in modo da formare una particolare decorazione o disegno. Per saldare le sfere d'oro permanentemente al gioiello, si sottoponeva lo stesso al calore, all'interno di una [[Forno elettrico a muffola|muffola]] chiusa. In questo modo il [[rame]] della colla si fondeva, legandosi all'oro.
L'ultima fase della lavorazione consisteva nel lasciare il gioiello all'aria, in modo che le sfere d'oro acquistassero lucentezza, perdendo quella caratteristica patina scura formatasi durante la fusione con il carbone del primo processo di lavorazione.
Questa tecnica, già in uso presso gli antichi [[Egizi]], fu introdotta in Etruria in epoca orientalizzante e vi raggiunse un elevato grado di raffinatezza. Cadde in disuso in [[epoca romana]], fino ad essere del tutto dimenticata nelle successive epoche. Solo nel [[XIX secolo]] è risorto l'interesse nei confronti di questa particolare tecnica orafa. Esempio di questo tipo di lavorazione sono a tutt'oggi le [[Fede nuziale|fedi]] [[Sardegna|sarde]].
=== Musica e danza ===
Presso gli Etruschi la musica non accompagnava solo la danza ma anche la caccia, le gare sportive, i banchetti e le funzioni religiose. Un brano della "Storia degli Animali", scritta da [[Claudio Eliano]] nel [[II secolo]] riporta che gli Etruschi, quando andavano a caccia di cinghiali e di cervi, non si servivano solo dei cani e delle reti, ma anche della musica: essi dispiegavano tutt'intorno le reti per tendere le trappole alle fiere, poi interveniva un esperto suonatore di flauto per produrre con il suo strumento, una melodia, la più dolce e armoniosa possibile. Questa, diffondendosi nella silenziosa pace delle valli e dei boschi
arrivava fino alle cime dei monti, entrando nelle tane e nei giacigli delle fiere.
Quando la melodia giungeva alle orecchie degli animali, questi erano inizialmente presi dal timore, poi la musica li affascinava fino a farli uscire per andare incontro a quella voce al cui richiamo non sanno resistere. In questo modo le belve dell'Etruria erano trascinate nelle reti dei cacciatori dalla suggestione della musica.
La musica era molto presente nella vita degli Etruschi, oltre che nella caccia, la musica era presente anche nella danza, nelle celebrazioni funerarie e religiose, nelle gare sportive, nella preparazione dei banchetti e perfino quando venivano eseguite le punizioni degli schiavi.
== L'architettura funeraria e le necropoli ==
Le tombe etrusche si sono conservate, poiché costruite in pietra. Per la religione etrusca l'uomo necessita, nell'aldilà, di un ambiente piccolo e familiare in cui trascorrere la vita dopo la morte, assieme agli oggetti personali che possedeva in vita: ciò spiega la cura con cui venivano costruite le necropoli e il fatto che la pittura di questo popolo sia quasi esclusivamente funeraria. Le pareti delle necropoli erano dipinte a colori vivaci (imitando, in taluni casi, la volta celeste, o scene di vita vissuta) per contrastare l'oscurità, simbolo della morte spirituale.
=== L'architettura funeraria ===
Le necropoli generalmente erano poste al di fuori della cinta muraria delle città, ma con orientamento parallelo al cardo o al decumano. Quindi le necropoli etrusche sono una fonte molto significativa, storicamente parlando, che permette di conoscere molti aspetti della vita quotidiana, delle credenze e dei riti popolari che, analizzando esclusivamente i testi scritti, non sarebbe stato possibile conoscere. Esiste anche un metro di classificazione per l'architettura funeraria tuscanica: si distinguono infatti tre tipi di necropoli o catacombe:
* tombe ipogèe;
* tombe a edicola;
* tombe a tumulo.
==== Tombe ipogee ====
Esse erano scavate interamente sottoterra o erano ricavate all'interno di cavità naturali preesistenti (grotte, caverne, ecc.). Tra esse, la più famosa è l'Ipogeo dei Volumni a Perugia, rinvenuta nel 1840. Questo tipo di catacombe era formato da un ripido accesso a gradini, che portava direttamente nell'atrio. Qui vi erano solitamente sei tombe (o gruppi di tombe), raggiungibili mediante stretti corridoi (in alcuni casi si trattava di veri e propri cunicoli). Si pensa che la sepoltura in ipogei fosse riservata a persone di un certo rango sociale, specialmente politici, militari e sacerdoti.
==== Tombe a edicola ====
Erano costruite completamente fuori terra, a camera unica e a forma di tempio in miniatura nelle intenzioni, ma in pratica molto simili alle abitazioni con tetto a doppio spiovente dei primi insediamenti etruschi. Nella simbologia etrusca, era molto significativa la forma a tempietto: infatti essa rappresentava il punto intermedio del viaggio che il defunto doveva compiere dalla vita alla morte, una sorta di ultima tappa della vita terrena. Tra esse, ricordiamo il Bronzetto dell'Offerente (VI-V secolo a.C.), la meglio conservata, che si trova a [[Populonia]].
==== Tombe a tumulo ====
Devono il proprio nome al fatto che, una volta eseguita la sepoltura, venivano ricoperte da mucchi di terra, allo scopo di creare una specie di collinetta artificiale. Ognuna di queste tombe si articola, come le ipogèe, in diverse camere sepolcrali di dimensioni proporzionali alla ricchezza e alla notorietà del defunto o della famiglia del defunto. Solitamente erano a pianta circolare. Tra esse ricordiamo la [[Tomba dei Rilievi]], all'interno della necropoli della Banditaccia, presso [[Cerveteri]].
=== Le necropoli ===
[[File:Sarcofago matrona etrusca.jpg|thumb|right|300 px|Sarcofago di Thanunia Seianti ([[British Museum]], [[Londra]])]]
Gli Etruschi consideravano la morte come proseguimento della vita. Costruirono perciò vere e proprie "città dei morti", le necropoli. Le tombe etrusche sono quasi sempre degli ipogei, cioè delle cavità sotterranee, segnalate da un tumulo che assomiglia a una collinetta. Le tombe dei ricchi riproducevano la struttura delle loro abitazioni e custodivano vasi e stoviglie, bruciaprofumi, tazze, scudi e armi di bronzo, bracciali, anelli, collane in oro, altri oggetti in argento e perfino bighe smontate utilizzate per il trasporto dei defunti.
I corredi funebri trovati dagli archeologi sono un'importante fonte d'informazione storica. In alcune tombe, come quelle scoperte a Tarquinia, le pareti sono affrescate con scene di vita quotidiana, come banchetti, danze e battute di caccia.
=== Le tombe di Tarquinia ===
Un elemento di eccezionale interesse archeologico è costituito dalle vaste necropoli, in particolare la necropoli dei Monterozzi, che racchiudono un gran numero di tombe a tumulo con camere scavate nella roccia, nelle quali è conservata una straordinaria serie di dipinti, che rappresentano il più cospicuo nucleo pittorico a noi giunto di arte etrusca e al tempo stesso il più ampio documento di tutta la pittura antica prima dell'età imperiale romana. Le camere funerarie, modellate sugli interni delle abitazioni, presentano le pareti decorate a fresco su un leggero strato di intonaco, con scene di carattere magico-religioso raffiguranti banchetti funebri, danzatori, suonatori di aulós, Giocoleria, paesaggi, in cui è impresso un movimento animato e armonioso, ritratto con colori intensi e vivaci. Dopo il V secolo a.C. figure di demoni e divinità si affiancano agli episodi di commiato, nell'accentuarsi del mostruoso e del patetico.
Tra i sepolcri più interessanti si annoverano le tombe che vengono denominate del Guerriero, della Caccia e della Pesca, delle Leonesse, degli Auguri, dei Giocolieri, dei Leopardi, dei Festoni, del Barone, dell'Orco e degli Scudi. Parte dei dipinti, staccati da alcune tombe allo scopo di preservarli (tomba delle Bighe, del Triclinio, del Letto Funebre e della Nave), sono custoditi nel Museo nazionale Tarquiniese; altri sono visibili direttamente sulla parete su cui furono realizzati, restituendoci la conoscenza della scomparsa pittura greca, cui sono legati da vincoli di affinità e dipendenza.
Di minor livello artistico appare la scultura in pietra, presente in rilievi su lastre o nella figura del defunto giacente sul sarcofago; notevole tra gli altri il sarcofago calcareo della tomba dei Partunu, opera di pregevole fattura, databile a età ellenistica; tra le decorazioni fittili, un frammento ad alto rilievo, proveniente dal frontone dell'Ara della Regina, è conservato nel Museo nazionale tarquiniese, ove è raccolta tra l'altro un'importante serie di reperti ceramici, bronzi laminati, rilievi e terrecotte provenienti dalla zona, databili dal periodo geometrico al tardo-etrusco.
=== Temi pittorici ===
La maggior parte dei dipinti giunti fino a noi sono gli affreschi delle tombe.
Gli Etruschi preparavano le pitture a partire da minerali ridotti in polvere e i pennelli erano di setole di animali.
I colori erano intensi e la figura umana era il soggetto più comune. Anche la ceramica veniva dipinta.
Solitamente si ritraevano scene della vita quotidiana, scene di caccia e uomini con strumenti musicali, per il motivo che gli Etruschi amavano la musica, che veniva eseguita non solo nella vita quotidiana, ma anche nei periodi di caccia e di guerra.
1. Le 4 fasi delle pitture funerarie tarquiniesi sono:
1) Le tombe più antiche risalgono al VI secolo a.C. Queste vengono distinte da quelle successive perché le pitture avevano una funzione prevalentemente decorativa; si trovano quindi semplici fregi che rappresentano elementi naturali, come animali o piante, con uno scarso utilizzo di colori e dettagli; un chiaro esempio è la “Tomba delle Pantere” nella quale la decorazione pittorica, in bicroma rossa e nera, è limitata alla parete di fondo e rappresenta due pantere raffigurate di profilo con le zampe anteriori poggiate su un protome di un altro felino, ovvero la testa di una creatura con una sorta di maschera.
2) Nella seconda metà del VI secolo a.C., alcuni greci sopravvissuti alla conquista persiana delle loro polis arrivarono in Etruria e si mescolarono con gli abitanti locali, importando nuovi stili di pittura più raffinati, utilizzati anche all'interno delle tombe. Queste convenzioni figurative sono riconoscibili in alcuni tratti ricorrenti, come l'abitudine a disegnare visi triangolari con grandi occhi a forma di mandorla e un particolare sorriso detto appunto ionico.
3) A partire dal 530 a.C. i soggetti rappresentati all'interno delle tombe cambiarono radicalmente: uno dei temi più frequenti diventa la rappresentazione dei giochi funebri in onore del defunto, ma anche venivano rappresentate scene di vita quotidiana, come battute di caccia o banchetti allietati da musica e danze. Gli Etruschi credevano fermamente in una vita dopo la morte, che sarebbe stata felice se i parenti del defunto avessero conservato in modo corretto le spoglie mortali.
4) A causa del crollo della talassocrazia etrusca, nel V secolo a.C. lo stile pittorico cambia nuovamente, diventando più severo e sobrio: non venivano più raffigurate danze e banchetti, ma precise iscrizioni genealogiche, per paura di perdere l'identità e la propria stirpe(gens).
=== Le stele felsinee ===
==== Stele A ====
È una delle due statue-stele a cippo, di forma troncopiramidale rovesciata; presenta una breve rastremazione nella parte superiore che le fa assumere un aspetto vagamente fallico. I lati principali, più larghi, appaiono completamente levigati, quelli laterali, più stretti, presentano tracce di lavorazione e decorazione a bocciardatura e motivi a larghi chevron. La superficie mostra anche alcuni solchi del vomere. Nella zona della “testa” si osservano, in aree delimitate, tracce di patina originaria, presumibilmente resti di una pellicola applicata anticamente: alcune analisi effettuate da operatori del Centro G. Bozza hanno determinato che essa è costituita da carbonato di calcio addizionato di una sostanza proteica non ben precisata. Tale pellicola è presente, in misura diversa, anche sulle stele C, D e sul frammenti decorati B e C. L'effetto prodotto da questa patina è quello di rendere lucida l'arenaria con cui le stele sono prodotte mettendone in risalto, dove vi sono, le decorazioni.
==== Stele B ====
Altra stele dalla morfologia a cippo troncopiramidale rovesciato, con rastremazione per indicare la testa. Su uno dei lati principali si osserva la mancanza di una parte rilevante del monumento; l'altro lato ed uno dei laterali mostrano numerosi solchi lasciati dal vomere. Segni di lavorazione/decorazione a corti segmenti paralleli ed obliqui o a chevron sono presenti su tutti i lati della stele.
==== Stele C ====
È quella che morfologicamente si avvicina di più alla D, la stele con la veste decorata: essa presenta, infatti, una sezione ovale e una superficie levigata con alcune tracce di patina più scura, riferibile alla già citata pellicola applicata in antico. La parte sommitale invece della solita rastremazione che si osserva anche nelle altre due statue-stele, si diparte dal corpo innestandosi su una base piatta che parte dai due vertici dell'ovale. Alcuni incavi alla base di questa “testa” potrebbero suggerire che qualcosa dovesse incastrarsi su questo collo, magari realizzata separatamente e in materiale differente ([[legno]]?). Uno dei lati è nettamente danneggiato da solchi di vomere, ma una netta separazione nella parte mediana del corpo della stele su questo lato potrebbe anche far pensare a seni femminili.
==== Stele D ====
A forma di piccola colonna subcilindrica la stele D è conservata solo nella parte medio-inferiore, dove si possono osservare i resti di una veste decorata, e non nella parte superiore dove vi erano forse gli elementi atti a facilitare il riconoscimento del genere. La veste sembra composta da due parti separate: una lunga tunica, decorata nella parte terminale da un bordino con chevron, e una mantellina a “coda di rondine” che doveva ricoprire le spalle, ugualmente ornata nella parte verso il bordo. Probabilmente la parte più aperta della mantellina doveva rappresentarne il fronte, quella più chiusa il retro. Nella parte frontale, in una zona particolarmente degradata della statua-stele, l'arenaria presenta una fessurazione a cerchio, andando a creare un'area tondeggiante di origine naturale. Elementi ad anello di difficile interpretazione, forse pendagli legati alla cintura o al vestito, si trovano sia sul fronte che sul retro della stele. Difficile dire se le braccia fossero coperte interamente dalla mantellina oppure se si trovassero sul fronte. La già citata pellicola su questa stele è riscontrabile soprattutto sui resti della mantellina a “coda di rondine”, ai bordi della stele, e su uno dei due lati maggiori.
=== L'ipogeo dei Volumni ===
L'Ipogeo dei Volumni (seconda metà del II secolo a.C.) si trova presso Perugia. Vi si accede tramite una scala ripida tagliata nella roccia tufacea che dà accesso ad un atrio rettangolare, al cui fondo troviamo la camera sepolcrale con panche in pietra sulle quali erano deposti i sarcofagi. È interessante notare come tale camera sia posta proprio in corrispondenza del locale che, nelle abitazioni, fungeva da sala di rappresentanza, dove il padrone di casa riceveva e intratteneva gli ospiti.
Alla destra e alla sinistra dell'atrio si aprono, simmetricamente, altre otto piccole camere di forma pressoché cubica. Esse imitano l'organizzazione dello spazio domestico e servono per i riti funerari o come depositi di doni e offerte. Le dimensioni dell'Ipogeo dei Volumni, pur essendo notevoli rispetto alla maggior parte delle altre tombe etrusche a camera, sono abbastanza modiche. L'atrio è alto meno di tre metri e ha una superficie che non raggiunge i tre metri quadrati. Presso gli Etruschi lo scopo della tomba non è quello di glorificare il defunto, ma piuttosto di recargli conforto e sicurezza nel mistero angoscioso che è l'aldilà.
=== Il ritratto ===
Gli Etruschi svilupparono diverse forme d'arte. Gli scultori etruschi, in particolare, modellavano con grande cura il viso umano, e ritraevano fedelmente le caratteristiche individuali di una persona: il sorriso, la profondità dello sguardo, la dolcezza dell'espressione o, al contrario, l'aria burbera. Si ritiene che così inventarono l'arte del ritratto.
=== Sarcofagi e cippi ===
Il '''Sarcofago etrusco''' è un contenitore destinato a conservare il corpo del defunto e rappresenta la più tipica scultura funeraria a partire dalla metà del IV secolo a.C. I reperti più rappresentativi, si trovano principalmente a [[Tarquinia]] nonché nelle zone interne dell'antica [[Etruria]] centro-meridionale.
[[File:Banditaccia Sarcofago Degli Sposi.jpg|thumb|300px|Sarcofago degli sposi]]
Il [[sarcofago]] è formato da una cassa piana, in [[marmo]] od altri materiali, a forma di parallelepipedo, sovrastata da un coperchio a doppio spiovente dove sono rappresentate le sculture dei defunti che hanno come caratteristiche peculiari innumerevoli qualità di ricercatezza e vistosità di decorazione.
Gli studiosi ipotizzano che tali manufatti, in origine, siano stati prodotti in [[Grecia]] e decorati successivamente in Etruria e che le prime produzioni etrusche dei sarcofagi, sia in pietra sia in [[ceramica|terracotta]], abbiano riprodotto le tipologie greche e fenicio-orientali fino a raggiungere fra il IX e VIII secolo a.C. la caratterizzazione artistica [[Civiltà villanoviana|villanoviana]] vera e propria.
[[File:Boston sarcophagus from Tarquinia.jpg|thumb|300px|left|esempio di coppia di defunti]]
Inoltre, la scultura funeraria in marmo aveva un ruolo marginale nella sfera artistica dell'Etruria la cui presenza era dovuta all'importazione di manufatti dalla Grecia perché la materia prima locale era la terracotta e già tra il V e IV secolo a.C. si rileva in Etruria una produzione propria pittorica e scultorea funeraria dissociata dalle tipologie greche, mostrandosi quindi più soggettiva artisticamente e più indipendente nelle composizioni.
Questa caratteristica è rilevabile dall'esempio di due sarcofagi: il [[Sarcofago degli Sposi]] di [[Ceri (Cerveteri)|Caere]], in realtà un [[Civiltà villanoviana|cinerario]], oggi a [[Roma]] nel [[Museo nazionale etrusco di Villa Giulia|Museo di Villa Giulia]], del 520 a.C. che mostra il ricorrente tema arcaico raffigurante uomini e donne in convivio e quello dei [[Tetnies]] di [[Vulci]], oggi a [[Boston]], [[Museum of Fine Arts (Boston)|Museum of Fine Arts]], del 360 a.C., dove è raffigurata una coppia di sposi distesi e abbracciati, avvolti sotto un manto dal morbido drappeggio, che ricopre la ''[[Klinai|Kline]]'', ovvero il letto conviviale.
Questi sarcofagi, che sono di epoca classica, rappresentano infatti, temi giudicati "scandalosi" per la cultura greca quali "uomini e donne sotto lo stesso mantello" o affiancati, perché considerati un aspetto sociale troppo promiscuo.
Questo distacco dall'influenza greca è dimostrato con evidenza anche nel sarcofago raffigurante il mito delle [[Danaidi]], a Roma nel Museo di Villa Giulia, dove pur rappresentando temi mitologici ellenici vi è una notevole mescolanza con altre raffigurazione purtroppo non spiegabili per la carenza di informazioni sulle leggende etrusche.
[[File:Villa Corsini, cortile, sarcofago etrusco in arenaria 01.JPG|thumb|300px|right|esempio di sarcofago con defunto interamente disteso sul coperchio e cassa con rilievi di figure]]
La cassa, sottostante il coperchio, presenta spesso pitture e rilievi particolareggiati che rivelano varie influenze artistiche e particolari stili che riflettono le scelte degli artisti con caratteristiche proprie del contesto storico generalmente rilevabili dalla posizione del defunto sul coperchio che va dalla posizione sdraiata, la più antica, del VI e V secolo a.C. nonché inizio del IV secolo, alla posizione più recente recumbente del III e II secolo a.C.
Per quanto riguarda la scultura funeraria, i materiali prescelti sono la terracotta, il [[nenfro]], il [[bronzo]] e i metalli preziosi ma non sono utilizzate pietre dure come marmo, [[basalto]] e [[granito]]. Si distinguono a tale riguardo solo un piccolo gruppo di sarcofagi, in marmo greco di Paros, come il [[Sarcofago delle Amazzoni]] e quello del [[Sarcofago del Sacerdote|Sacerdote]] nell'ambito del IV secolo, a testimonianza del periodo artistico ellenizzante.
Le produzioni tarquiniesi adottano, verso la metà del IV secolo, il tipo di sarcofago in nenfro con la figura del defunto completamente sdraiato, per poi passare alla tipologia della raffigurazione semisdraiata su una Kline, tipica dei sarcofagi più recenti.
Numerosi sarcofagi in pietra appartengono all'aristocrazia locale tarquinese, a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. ove la caratteristica principale è che il defunto sul coperchio è rappresentato non più coricato sul dorso ma voltato di lato.
È data anche una maggiore attenzione al volto e alla sua espressività, mentre il busto è sommariamente definito unitamente agli arti superiori.
In un sarcofago della prima metà del III secolo a.C. di Tarquinia, è raffigurato un rilievo tipico dell'epoca: il viaggio ultraterreno del defunto in cui è rappresentato come un magistrato con il suo seguito preceduto da [[Littore|littori]], precursore di una nuova evoluzione artistica caratterizzata dall'avvio di una parallela decadenza culturale e rappresentativa.
Le raffigurazioni umane di questi sarcofagi sono precise nei particolari dell'espressività del volto e potrebbero far ritenere che lo scopo principale di questa scultura funeraria fosse quello di conservare i tratti propri del defunto. In realtà nelle società antiche, come insegnano l'[[antropologia]] e l'[[etnografia]], si mira piuttosto a raffigurare e far emergere il rango del defunto e le cariche di cui era investito quando era ancora in vita, nonché i suoi "eventuali" onori.
Il sarcofago più noto proviene dalla tomba tarquinense della famiglia di [[Velthur Partunus]] risalente al 320 a.C. dove il defunto è, per la prima volta in posizione semisdraiata, motivo che diventerà tipico negli anni successivi. La cassa si presenta in fine calcare, incisa con rilievi di [[Amazzonomachia]] e [[Lapiti|Centauromachia]]. Il volto, ben rappresentato e ringiovanito, esprime sobria dignità.
[[File:Sarcofago delle amazzoni 01.JPG|thumb|250px|left|Sarcofago delle amazzoni]]
A partire dalla metà del II secolo a.C., la città di [[Tuscania]] si rende autonoma, nella produzione, da quella di Tarquinia, non importando più sarcofagi di nenfro ed elaborando particolari prodotti [[Ceramica|fittili]] caratterizzati soprattutto dall'introduzione dei ritratti fisionomici. A questa tipologia appartengono rari e celebri sarcofagi come quelli provenienti da Chiusi di [[Larthia Seianti]] (conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) e quello della sua parente [[Thanunia Seianti]] (conservato al British Museum). Entrambi presentano notevoli dettagli ornamentali, quasi a sottolineare il bisogno di esibizione ed autoaffermazione di una classe nobiliare, a cui le defunte appartenevano, ormai in decadenza.
La produzione dei sarcofagi tarquinesi inizia il suo declino a partire dal III secolo a.C.: le casse appaiono sempre più spoglie, con poche immagini simboliche, oppure addirittura lisce, ove le figure sovrastanti dei recumbenti mostrano dei semplici abbozzi eseguiti con l'ascia con il corpo appiattito e privo di plasticità organica.
Da qui la nascita della produzione tuscaniese di sarcofagi, soprattutto in [[cotto (materiale)|cotto]], a partire dal II secolo su richiesta di una classe nobile locale intenta nel volersi differenziare per il proprio rango. Tuttavia come si può osservare in un sarcofago fittile sempre del II secolo di Tuscania, vi è lo stesso declino artistico e il volto assume artisticamente il carattere del ritratto.
[[File:Museo archeologico di Firenze, sarcofago di Letitia Saeianti.JPG|thumb|300px|right|Larthia Seianti]]
In generale il decadimento molto marcato di stile, è coinciso con l'esodo a Roma di famiglie nobili per motivi politici a cui seguì la comparsa di una richiesta dalla committenza sociale media, con un sarcofago di tipo industriale a stampo e standardizzato.
Per quanto concerne lo stile pittorico del sarcofago, in Etruria erano preferiti i toni dei colori tenui e naturali: si utilizza più spesso il blu, il nero, il verde e il giallo. Non mancano poi forti contrasti di chiaro scuro e vivide policromie. L'atmosfera riprodotta dallo sfumato e dal chiaro scuro a tratteggio, caratterizza ad esempio il Sarcofago delle Amazzoni con scene di Amazzonomachia.
I defunti sono in genere rappresentati con la loro pregressa gioia di vivere terrena, con sfondo floreale o faunistico, spesso in scene di caccia e battaglie vittoriose oppure nei festosi convivi. Un esempio lo troviamo in un sarcofago di pietra del 500 a.C. circa, dall'[[ipogeo]] della [[Necropoli Sperandio]] di [[Perugia]] ove si trova raffigurato un ritorno vittorioso da una razzia di uomini e di bestiame.
La produzione di questa arte funeraria etrusca continuerà a svilupparsi fino al predominio di [[Roma]] dove comunque il passaggio dalla cultura etrusca a quella romana, si fonderà in una pacata amalgama artistica.
Il '''cippo''' indica un manufatto inserito nel terreno come specifico segno convenzionale utilizzato per due funzioni: quella della ''limitatio'' e quella funeraria.
[[File:Cippo Funerario n.157 Museo civico Archeologico di Bologna.JPG|thumb|150px|left|Cippo funerario]]
La [[limitatio]] è la pratica di apporre nel terreno una serie di allineamenti detti limites con lo scopo di stabilire i confini territoriali che erano sacri e inviolabili, così come esigevano le disposizioni date dal dio [[Tinia]] e trasmesse agli antichi uomini etruschi dalla [[ninfa Vegoia]] divenendo così la prova concreta dell'importanza sacra e successivamente giuridica dei limites.
Un tipico esempio di cippo di confine proviene da [[Bettona]], è alto cm. 90, presenta lavorazioni sulla parte superiore, mentre quella grezza è interrata con la faccia superiore anteriore sovrastata dall'iscrizione "Tular Larna" ovvero "Confine di Larna".
I cippi chiusini del VI secolo sono tra i più interessanti in quanto realizzati con bassorilievi recanti scene svariate: dai preparativi nuziali alle cerimonie e danze funerarie, dalle scene di vita pubblica a quelle militari e quotidiane.
[[File:Cippo cilindrico da chiusi con scena di banchetto, V sec. ac. 05.JPG|thumb|200px|right|Cippo di Chiusi con scena di banchetto]]
In particolare, il cippo di Chiusi, 490-480 a.C. oggi al [[Museo Barracco]], realizzato in pietra, reca scene di combattimento, partenze di cavalieri e la vestizione di un [[oplita]] su ispirazione dei modelli greci mentre un altro segnacolo, databile 500-490 a.C. di provenienza ignota, presenta sia il corteo funebre sia scene di vita quotidiana.
I cippi oltre al significato artistico rappresentano dei veri e propri documenti, importanti sia per la lunghezza del testo sia per il valore del contenuto, come quello proveniente dal territorio perugino oggi al Museo archeologico di Perugia, databile III-II secolo a.C., che reca inciso su due lati quarantasei righe e centotrenta parole. Per quanto riguarda il contenuto, sembrerebbe rappresentato un contratto stipulato tra due famiglie sulla definizione dei confini dei rispettivi possedimenti terrieri.
Vi sono anche cippi di tipo funerario, posti sui sepolcri che indicavano il simbolico collegamento tra l'Oltretomba, dove è andata l'anima del defunto, ed il Cielo, dove l'anima doveva andare per raggiungere l'immortalità. Sono costituiti da diversi materiali, varie forme geometriche e con decorazioni semplici come quelli del tipo "a cipolla" di [[Chiusi]], [[Misa (città)|Misa]] e [[Bologna]].
Per quanto riguarda le zone di diffusione anche nella già florida città di [[Pisa]], in età arcaica e tardo arcaica del VI e V secolo a.C., era presente una notevole produzione di segnacoli per le sepolture come cippi in marmo dalle forme di colonnina e clava, oppure emisferici e decorati da [[Protome|protomi]] zoomorfi.
Tale pregiata produzione vedrà il suo decadimento artistico all'inizio del V secolo con sterili e banali ripetizioni artistiche.
=== Tombe nascoste ===
Solitamente le tombe venivano sotterrate per il rischio che i ladri le depredassero. Oggi si contano più di 5000 tombe ritrovate e sono visitate ogni anno da migliaia di turisti.
=== Preziosi corredi funebri ===
I ricchi lasciavano nelle tombe dei parenti defunti oggetti ornamentali e di uso pratico: utensili da cucina, armi e mobilio erano oggetti utili per la vita ultraterrena, mentre gioielli e ornamenti mostravano l'importanza del defunto. Le donne ricevevano talvolta fusi e rocchetti per lavorare la [[lana]], oltre a collane, braccialetti, ventagli e pettini d'[[avorio]].
== Insediamenti ==
[[File:Tholos Sesto Fi.jpg|right|thumb|220px|[[Tomba della Montagnola|Tomba etrusca della Montagnola]], VII secolo a.C., [[Sesto Fiorentino]].]]
{{Vedi anche|Dodecapoli etrusca}}
Numerose erano le città etrusche, tra le quali le più importanti erano le cosiddette ''[[dodecapoli etrusca|dodecapoli]]'', a cui se ne aggiunsero altre suddivise in tre macro-aree:
* nella zona meridionale, [[Cerveteri]] (''Caisra''), [[Tarquinia]] (''Tarchna''), [[Vulci]] (''Velch''), [[Tuscania]], [[Veio]], [[Volsinii]] (''Velzna''), [[Sovana]], [[Pitigliano]], [[Statonia]] (l'attuale [[Poggio Buco]]), [[Marsiliana d'Albegna]] (all'epoca chiamata ''Caletra'');
* in quella centrale [[Chiusi]] (''Clevsin''), [[Cortona]] (''Curtun''), [[Arezzo]] (''Aritim''), [[Perugia]] (''Perusna''), [[Area archeologica di Roselle|Roselle]] (''Russel''), [[Vetulonia]] (''Vetluna''), [[Populonia]] (''Pupluna'');
* in quella settentrionale [[Pisa]], [[Fiesole]] (''Vipsl''), [[Gonfienti]], [[Volterra]] (''Velathri''), governate prima da re, poi da [[oligarchia|oligarchie]].
Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Arricchendosi poi col tempo grazie ai prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a [[frumento]] e ai fiorenti allevamenti animali, e sfruttando le miniere e i traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente, espandendosi, tra il VII e il [[V secolo a.C.]], a nord nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di [[Felsina]] ([[Bologna]]), Mutna ([[Modena]]) Mantua ([[Mantova]]) e [[Misa (città)|Misa]]<ref>gli ultimi ritrovamenti archeologici fanno pensare che il nome etrusco della città fosse in realtà ''Kainua'', come descritto in un articolo del professor Sassatelli (che ha diretto degli scavi per conto dell'Università di Bologna) http://137.204.130.251:8888/giuseppesassatelli/documents/20060108rc.pdf</ref> ([[Marzabotto]]), collegate verso l'[[Mare Adriatico|Adriatico]] con [[Spina]], mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'[[ambra (resina)|ambra]] e dello [[stagno (metallo)|stagno]]; a sud nel Lazio notevole è il tempietto rinvenuto in [[Alatri]] e conservato nel museo di [[Villa Giulia]] a Roma; sul mare, invece, serrata fu la competizione con le marinerie cartaginesi e greche. Anche se [[Roma]] non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche meridionali, con numerose tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, in istituti ed edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia.
== Gli studi e gli scavi archeologici ==
{{Vedi anche|Museo nazionale etrusco di Villa Giulia|Museo etrusco Guarnacci}}
=== Il Medioevo ed il Rinascimento ===
Sebbene la memoria degli antichi ''Tusci'' riaffiorasse sporadicamente nelle cronache del [[tardo Medioevo]] toscano, fu con il [[Rinascimento]] che si cominciò a guardare alle testimonianze del mondo etrusco come espressioni di una civiltà definita e distinta da una generale "antichità classica". Idea che fu favorita anche dai governanti di Firenze ([[Medici]] soprattutto), diventati dal Quattrocento padroni di gran parte della Toscana ed interessati a farsi riconoscere da tutte le potenze europee (papato e impero, per primi) signori di uno Stato toscano presentato come continuatore della "gloriosa Etruria".
Sporadici ritrovamenti di tombe e reperti alimentarono, nel [[XV secolo|XV]] e [[XVI secolo]], "gli scritti pieni di ricostruzioni fantastiche di [[Annio da Viterbo]]"<ref>[[Massimo Pallottino]], ''Etruscologia'', 1984 p. 10</ref> e le falsificazioni archeologiche che egli confezionò a supporto delle sue ''[[Antiquitatum variarum]]''<ref>Walter Stephens, «''Annius of Viterbo''», *Walter Stephens, «''Annius of Viterbo''», in [[Anthony Grafton]], [[Glenn Warren Most]], [[Salvatore Settis]], ''The Classical Tradition'', [[Harvard University Press]], 2010 ISBN 9780674035720 (p. 46)</ref>. Sarà con [[Leon Battista Alberti]] e con [[Giorgio Vasari]] che si darà avvio ad una parziale teorizzazione dell'arte e dell'architettura etrusca (importante, a metà del Cinquecento, il rinvenimento della [[Chimera di Arezzo]]). Nel corso del XVI secolo il richiamo dell'antica [[Etruria]] spostò l'attenzione dalla Tuscia laziale alla Toscana propria, dove trovò terreno fertile e propizio per il suo sviluppo, culminando nel Settecento in quel movimento di studi antiquari e ricerche che prenderà il nome di ''[[Etruscheria]]''.<ref name="scavi">[http://users.unimi.it/etruschi/etruscologia/documenti/SCAVI.pdf Scavi archeologici in Etruria]</ref>
=== Il Settecento e l'Ottocento: l'Etruscheria e l'Archeologia Filologica ===
{{Vedi anche|Etruscheria|Etruscologia}}
Infatti, proprio il XVIII secolo può essere considerato il secolo della scoperta dell'[[Etruria]]. Il primo tentativo di sintesi delle conoscenze etruscologiche dell'epoca risale all'opera ''De Etruria Regali'' di [[Thomas Dempster]], risalente al [[1619]] ma pienamente valorizzata solo nel secolo successivo. A quest'opera fecero eco quelle di [[Giovanni Battista Passeri]] (''Picturae Etruscorum in vasculis'', [[1775]]), di [[Scipione Maffei]] (''Ragionamenti sopra gl'Itali primitivi'', [[1727]]), di [[Anton Francesco Gori]] (''Museum Etruscum'', [[1743]]) e di [[Mario Guarnacci]] (''Origini italiche'', [[1772]]). Già dal [[1726]] era stata fondata l'[[Accademia Etrusca]] di [[Cortona]], che divenne il centro principale di questa attività erudita con i fascicoli delle sue ''Dissertazioni'' ([[1735]]-[[1795]]). Fuori [[Italia]] va ricordata l'opera del francese [[Anne-Claude-Philippe de Caylus]] (''Recueil d'antiquités égyptiennes, étrusques, romaines et gauloises'', [[1762]]). Più che per il valore scientifico delle congetture e delle conclusioni, l'etruscheria rimane importante per la passione e la diligenza delle ricerche e della raccolta del materiale archeologico, ancora oggi di valore in caso di monumenti perduti.
L'etruscheria settecentesca culmina con la pubblicazione del ''Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d'Italia'' dell'abate [[Luigi Lanzi]] nel [[1789]]: è una piccola "summa" delle cognizioni sull'[[Etruria]], in tutti i campi (epigrafia, lingua, storia, archeologia, arte). Il [[Luigi Lanzi|Lanzi]] mostra già di possedere un metodo più sicuro e conoscenze più vaste; giustamente egli attribuisce alla [[Grecia]] i vasi fino ad allora ritenuti "etruschi" e traccia una prima, apprezzabile periodizzazione della storia dell'arte etrusca, sulla scorta della greca. Si può in sostanza affermare che questo studioso sia il fondatore della moderna [[etruscologia]].<ref name="scavi"/>
L'[[XIX secolo|Ottocento]] si era aperto con un'intensissima attività di ricerca sul campo, soprattutto nella zona dell'[[Etruria]] meridionale, con decisive scoperte a [[Tarquinia]], [[Vulci]], [[Cerveteri]], [[Perugia]], [[Chiusi]] ed altre località. Cominciano inoltre a formarsi i nuclei di importanti collezioni italiane (degli attuali [[Museo archeologico nazionale di Firenze]] e [[Museo Gregoriano Etrusco]] di [[Roma]]) e straniere (dagli scavi di [[Luciano Bonaparte]] quella del [[Museo del Louvre]] e dagli scavi di [[Giampietro Campana]] quella del [[British Museum]]). Neanche gli studi sull'Etruria, però, rimangono immuni dal rinnovamento iniziato da [[Johann Joachim Winckelmann|Winckelmann]] e che porterà dalla fase settecentesca erudita a quella filologica ottocentesca. Risultato ne sono le opere sulla [[topografia]] dei monumenti redatte da viaggiatori, archeologi ed architetti stranieri, quali [[William Gell]] (''The Topography of Rome and its Vicinity'', [[1846]]) e [[George Dennis]] (''The Cities and Cemeteries of Etruria'', [[1851]]); in [[Italia]] si occupò di topografia [[Luigi Canina]] (''Antica Etruria marittima'', [[1851]]). Non si ferma neppure la pubblicazione di raccolte sistematiche di monumenti, opere d'arte e cataloghi di collezioni, come quella del Museo Gregoriano Etrusco (nel [[1842]]); si iniziano, altresì, raccolte dedicate a singole classi di reperti, come i vasi (E. Gerhard, ''Auserlesene Vasenbilder'', [[1858]]) e gli specchi ([[Eduard Gerhard]], ''Etruskische Spiegel'', [[1867]]). Il confronto con l'arte greca porta, di norma, ad un giudizio negativo nei confronti dell'arte etrusca, giudicata come una forma di artigianato d'imitazione; tale posizione sarà teorizzata in modo esplicito nella prima sintesi sull'arte etrusca che sarà pubblicata solo verso la fine del secolo da J. Martha (''L'art Étrusque'', [[1889]]). Anche gli studi epigrafici continuano, per mano di studiosi soprattutto italiani, quali A. Fabretti, che nel [[1867]] pubblica il ''Corpus Inscriptionum Italicarum'' (C.I.I.). È a quest'altezza cronologica che gli studiosi cominciano a porsi il problema dell'origine degli [[Etruschi]] in modo critico, senza l'esclusivo ausilio delle fonti letterarie antiche, e di conseguenza anche il problema della lingua degli [[Etruschi]] in relazione al gruppo delle lingue indoeuropee.<ref name="scavi"/>
=== Il Novecento ===
Il periodo più recente della storia degli studi etruschi si apre con l'intensificarsi di ricerche archeologiche sistematiche e controllate, grazie anche all'intervento di organi responsabili ufficiali dopo l'[[unità d'Italia]]. Si arricchiscono e consolidano le conoscenze sulle fasi più antiche dell'[[Etruria]], cioè il periodo [[Civiltà villanoviana|villanoviano]] (la necropoli di [[Villanova (Castenaso)#Villa Gozzadini e la necropoli etrusca|Villanova]], presso [[Bologna]], era stata scoperta dal conte [[Giovanni Gozzadini]] nel [[1856]]). Si scava a [[Misa (città)|Marzabotto]], ad [[Orvieto]] ed a [[Falerii]], dove emergono i complessi templari con le loro decorazioni architettoniche. Le imprese di scavo più significative saranno sia nei centri maggiori [[Caere]], [[Veio]], [[Tarquinia]], [[Populonia]] ed altrove, che nei centri minori dell'interno [[Acquarossa]] presso [[Ferento]] e [[Poggio Civitate]] di [[Murlo]], nel senese, e costieri [[Spina]] sull'[[Adriatico]], [[Gravisca]] sul [[Tirreno]] e [[Pyrgi]], dove nel [[1964]] vennero ritrovate le preziose lamine d'oro inscritte. Gli scavi vennero condotti con sempre maggiore attenzione e controllo scientifico, tramite i rilevamenti stratigrafici ed i [[Prospezione geofisica|metodi geofisici di prospezione]] ([[fotografia aerea]], prospezioni chimiche, fisiche ed elettromagnetiche del terreno) in modo da offrire il maggior numero possibile di osservazioni e dati.
Accanto al consolidamento dei vecchi musei di [[Roma]] e [[Cortona]], nascono i grandi musei con collezioni etrusche, come il [[Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia]] a [[Roma]], il [[Museo di Firenze com'era|Museo Topografico dell'Etruria]] di [[Firenze]] ed il [[Museo di Spina]] a [[Ferrara]], insieme ad importanti raccolte locali a [[Tarquinia]], [[Perugia]], [[Chiusi]], [[Villanova (Castenaso)#MUV: Museo della Civiltà Villanoviana|Villanova]], [[Bologna]], [[Marzabotto]], [[Arezzo]], [[Adria]] ([[Rovigo]]) ed altrove. Anche all'estero si rafforzano le collezioni dei grandi musei come la [[Ny Carlsberg Glyptotek]] di [[Copenaghen]].
Prosegue intanto la pubblicazione dei materiali archeologici per singole classi di monumenti: terrecotte architettoniche (A. Andrén, ''Architectural Terracottas from Etrusco-Italic Temples'', [[1940]]), sarcofagi (R. Herbig, ''Die jüngeretruskischen Steinsarkophage'', [[1952]]), ceramiche dipinte ([[John Beazley]], ''Etruscan Vase-Painting'', [[1947]]), oltre ad un rinnovato approccio critico nei confronti della descrizione topografica dei luoghi (H. Nissen, ''Italische Landeskunde'', [[1902]] ed A. Solari, ''Topografia storica dell'Etruria'', [[1920]]).<ref name="scavi"/>
== Eredità ==
Nonostante la perdita della politica, gli Etruschi continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso e artistico. Roma, che sotto [[Augusto]] aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia, subì fortemente la loro influenza, che si fece sentire nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua (le parole etrusche passate al latino sono innumerevoli, ed alcune sono passate poi nella lingua italiana), nei gusti, nell'amore per il lusso e per i banchetti, le danze e la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'[[Rinascimento|età rinascimentale]].<ref name="eredità">[http://www.agriturismo.com/cont/l-eredit%C3%A0-etrusca-nel-mondo-contadino-toscano.asp L'eredità etrusca]</ref>
I Romani si avvalsero della cultura etrusca soprattutto per gli aruspici, i sacerdoti capaci di interpretare il destino attraverso la lettura delle viscere degli animali, del volo degli uccelli, e dei fulmini. Inoltre i maestri degli alunni romani furono etruschi e greci, considerati i più colti.<ref name="eredità"/>
I [[Gladiatori|giochi gladiatori]], l'[[Arco (architettura)|arco]], l'uso dell'[[arco trionfale]], alcuni simboli religiosi come il [[pastorale (liturgia)|pastorale]] (ancora oggi usato dalle [[Cristianesimo|chiese cristiane]]), il culto della [[Triade Capitolina]], il simbolo del [[fascio littorio]], il [[tempio|tempio tradizionale romano]], lo stile architettonico detto ''tuscanico'' sarebbero solo alcuni esempi di contributi della civiltà etrusca a quella romana.<ref name="eredità"/>
== Note ==
{{references|2}}
== Bibliografia ==
=== Fonti storiografiche moderne ===
* AA.VV., ''Dal bronzo al ferro. Sulla possibile origine anatolica degli Etruschi'', Pavia, Altravista, 2010. ISBN 978-88-95458-27-4.
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* AA.VV., ''Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi'', Milano, Libri Scheiwiller, 1986. ISBN 88-7644-053-4.
* {{de}} Luciana Aigner-Foresti, ''Die Etrusker und das frühe Rom'', Darmstadt, 2003.
* [[Mario Alinei]], ''Etrusco: una forma arcaica di ungherese'', Bologna, Il Mulino, 2003. ISBN 88-15-09382-6.
* Luisa Banti, ''Il mondo degli Etruschi'', Roma, 1969.
* [[Ranuccio Bianchi Bandinelli]] - Antonio Giuliano, ''Etruschi e Italici prima del dominio di Roma'', Milano, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2000. ISBN 88-17-29503-5.
* Gilda Bartoloni, ''La Cultura Villanoviana. All'inizio della storia etrusca'', Roma, Carocci editore, 2002. ISBN 88-43-02261-X.
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* {{de}} Sybille Haynes, ''Kulturgeschichte der Etrusker'', Mainz, 2005.
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* Werner Keller, ''La civiltà etrusca'', Milano, Garzanti Libri, 1999. ISBN 88-11-67670-3.
* [[Massimo Pallottino]], ''Etruscologia'', Milano, Hoepli, 1984. ISBN 88-203-1428-2.
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* Giovanni Semerano, ''Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua'', Milano, Mondadori Bruno, 2006. ISBN 88-424-9070-9.
* Romolo Augusto Staccioli, ''Gli Etruschi. Un popolo tra mito e realtà'', Roma, [[Newton Compton Editori]], 2006. ISBN 88-541-0534-1.
* {{de}} Dorothea Steiner, ''Jenseitsreise und Unterwelt bei den Etruskern. Untersuchung zur Ikonographie und Bedeutung'', Monaco, Herbert Utz Verlag, 2004. ISBN 3-8316-0404-5.
* Jean-Paul Thuillier, ''Gli Etruschi. Il mistero svelato'', Electa Gallimard, 1993. ISBN 88-445-0019-1.
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=== Monografie ===
* {{en}} AA. VV., ''Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Eastern Origin of Etruscans'', 2007.
* Pierluigi Albini, ''L'Etruria delle donne. Vita pubblica e privata delle donne etrusche'', Viterbo, Scipioni, 2000. ISBN 88-8364-063-2.
* Cristina Bindi, ''Echi di civiltà alimentari. Profumo di cucina Etrusca'', Roma, Nuova Editrice Spada, 1993.
* Giovannangelo Camporeale, ''Gli Etruschi. Mille anni di civiltà'', Bonechi, 1992.
* [[Fernand Crombette]], ''Il vero volto dei figli di Het: la bolla di Tarkondemos'', Ceshe asbl, Tournai, 2007.
* Arnaldo D'Aversa, ''La donna etrusca'', Firenze, Paideia Editrice, 1985. ISBN 88-394-0361-2.
* Ivo Fossati, ''Gli eserciti etruschi'', Milano, E.M.I. Edizioni Militari Italiane, collana "De Bello", 1987.
* Mauro Menichelli, ''Templum Perusiae. Il simbolismo delle porte e dei rioni di Perugia'', Perugia, Futura, 2006. ISBN 88-95132-01-7.
* Salvatore Pezzella, ''Gli Etruschi: testimonianze di civiltà'', Firenze, Orior, 1989.
* Antonia Rallo (a cura di), ''Le donne in Etruria'', L'Erma di Bretschneider, 1989. ISBN 88-7062-669-5.
* Clotilde Vesco, ''Cucina etrusca. 2685 anni dopo'', Firenze, Vallecchi Editore, 1985.
=== Articoli ===
* Sabrina Corarze, ''Vetulonia, la figura del guerriero'', Instoria N. 9 - Febbraio 2006.
=== Cataloghi ===
* [[Bernard Andreae]] - Heinz Spielmann, ''Die Etrusker'', Monaco, 2004.
== Voci correlate ==
* [[Arte etrusca]]
* [[Civiltà villanoviana]]
* [[Fanum Voltumnae]]
* [[Lingua etrusca]]
* [[Mitologia etrusca]]
* [[Ipogeo del Belvedere]]
== Altri progetti ==
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== Collegamenti esterni ==
* [http://etruriameridionale.beniculturali.it/ Musei ed aree archeologiche etrusche]
* {{Thesaurus BNCF}}
{{Portale|archeologia|Etruschi|mitologia etrusca|storia}}
[[Categoria:Civiltà etrusca| ]]
[[Categoria:Storia della Toscana]]
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