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La suicidologia può essere definita come la disciplina dedicata allo studio scientifico del suicidio e alla sua prevenzione. Il termine (e il concetto) fu usato per primo da Edwin Sheneidman (1964) e da allora è stato impiegato in diversi ambienti per descrivere aspetti di un training specifico (Fellowship in Suicidology, 1967); come parte di una nuova rivista scientifica (Bulletin of Suicidology, 1968) o come etichetta di un<nowiki>'</nowiki>organizzazione (American Association of Suicidology, 1968). La suicidologia diversamente da altre scienze comportamentiste non include meramente lo studio del suicidio, ma enfatizza la prevenzione dell<nowiki>'</nowiki>atto letale; in altre parole incorpora interventi clinici appropriati per prevenire il suicidio, una caratteristica non sempre esplicitata nella miriade di contributi sul tema. Il focus della suicidologia non è necessariamente il suicidio ma anche tutti i comportamenti suicidari.

L<nowiki>'</nowiki>American Association of Suicidology, fondata da Shneidman e<nowiki>'</nowiki> un<nowiki>'</nowiki>istituzione nel panorama internazionale dello studio e prevenzione del suicidio. Hanno diretto tale associazione i più grandi nomi della suicidologia; e il più importante periodico sul suicidio (Suicide and Life-Threatening Behavior). Non capita di frequente di essere insignito con un riconoscimento inerente il suicidio come lo Shneidman Award dall<nowiki>'</nowiki>American Association of Suicidology (AAS) con la motivazione “Outstanding early career contributions to Suicidology”.

La fondazione simbolica (o in ogni modo il primum movens) della suicidologia può essere infatti ricondotta una giornata del 1949 quando Shneidman lavorava come psicologo clinico presso il Brentwood Veteran Administration Hospital di Los Angeles. In quel particolare giorno fu chiamato dal direttore dell<nowiki>'</nowiki>ospedale affinché scrivesse due lettere di condoglianze per le giovani mogli di due uomini che si erano tolti la vita durante il corso del ricovero. Shneidman si recò presso nell<nowiki>'</nowiki>ufficio del magistrato nel vecchio Los Angeles Hall of Records dove erano stati aperti i fascicoli inerenti alle morte dei due uomini. Nell<nowiki>'</nowiki>aprire la documentazione egli notò che uno dei due fascicoli conteneva una nota di suicidio, un biglietto lasciato dal defunto prima di morire, mentre l<nowiki>'</nowiki>altro non lo conteneva. In quell<nowiki>'</nowiki>ambiente, fra migliaia di fascicoli, iniziò ad aprirne alcuni e notò che con una frequenza di circa 1 a 15 questi fascicoli riportavano una nota di suicidio. Gli tornò in mente il Metodo della Differenza di Stuart Mill e dunque la possibilità di studiare quel materiale con un metodo scientifico. In quei minuti accadde qualcosa di unico. Resosi conto di essere circondato da fascicoli di suicidi avvenuti nei cinquant<nowiki>'</nowiki>anni precedenti e dunque secondo la sua stima circa 2000 note, decise di resistere alla tentazione di leggere quelle note, altrimenti, ammetterà in seguito, “avrei finito per trovarci ciò che io (soggettivamente) mi aspettavo.

Avrei appreso molto sulla miseria umana di ciascun soggetto, ma non avrei fatto nulla per porre le basi per lo studio del suicidio, un<nowiki>'</nowiki>area quasi inesistente”. Egli dunque fece le fotocopie di oltre 700 note di suicidio, le mise da parte e non le lesse. In seguito, Shneidman pensò di confrontare in cieco le note che aveva trovato in quell<nowiki>'</nowiki>archivio con note simulate scritte da persone non suicide (Shneidman 1998). Il lavoro che elaborò con l<nowiki>'</nowiki>aiuto di Norman Farberow fu il primo tentativo di studiare il suicidio con un metodo scientifico (Shneidman e Farberow 1956; 1957). I loro sforzi furono premiati con contributi economici sempre crescenti e da quei primi passi nacque il primo centro per la prevenzione del suicidio, il Los Angeles Suicide Prevention Center che oltre al contributo di Shneidman e Farberow ebbe il contributo di Robert Litman.

Nel corso di una vita trascorsa a studiare il suicidio, Shneidman ha concluso che l‘ingrediente base del suicidio è il dolore mentale insopportabile (Shneidman 1993a), che chiama psychache, che significa “tormento nella psiche”. Shneidman suggerisce le domande chiave che possono essere rivolte ad una persona che vuol commettere il suicidio sono “Dove senti dolore?” e “Come posso aiutarti?”. Se il ruolo del suicidio è quello di porre fine ad un insopportabile dolore mentale, allora il compito principale di chi deve occuparsi di un individuo suicida che soffre a tal punto è quello di alleviare questo dolore (Shneidman 2004; 2005).

Infatti, si ha successo in questo compito, quell<nowiki>'</nowiki>individuo che voleva morire sceglierá di vivere. Shneidman (1993a,b) inoltre considera che le fonti principali di dolore psicologico ovvero vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione, hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati. Nell<nowiki>'</nowiki>individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni e il dolore che da essa deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio è visto come il rimedio più adeguato.

Ci sono bisogni psicologici con i quali l<nowiki>'</nowiki>individuo vive e che definiscono la sua personalitá e bisogni psicologici che quando sono frustrati inducono l<nowiki>'</nowiki>individuo a scegliere di morire. Potremmo dire che si tratta della frustrazione di bisogni vitali; questi bisogni psicologici includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, ottenere autonomia, opporsi a qualcosa, imporsi su qualcuno e il bisogno di essere accettati e compresi e ricevere conforto. Shneidman (1985) ha proposto la seguente definizione del suicidio: “Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione.

La suicidologia classica considera dunque il suicidio come un tentativo, sebbene estremo e non adeguato, di porre fine al dolore insopportabile dell<nowiki>'</nowiki>individuo. Tale dolore converge in uno stato chiamato comunemente stato perturbato nel quale si ritrova l<nowiki>'</nowiki>angoscia estrema, la perdita delle aspettative future, la visione del dolore come irrisolvibile ed unico. Il termine psychache tenta infatti di esprimere il dramma della mente del soggetto che si suicida nel quale la colpa, la vergogna, la solitudine, la paura, l<nowiki>'</nowiki>ansia sono caratteristiche facilmente identificabili.  L<nowiki>'</nowiki>individuo ha dunque necessità di porre fine a tale stato; il rischio di suicidio diviene grave, quando quel soggetto lo considera come la migliore ed unica soluzione per porre fine a quell<nowiki>'</nowiki>immenso dolore psicologico.

Nella concettualizzazione di Shneidman (1996) il suicidio è il risultato di un dialogo interiore; la mente passa in rassegna tutte le opzioni. Emerge il tema del suicidio e la mente lo rifiuta e continua la verifica delle opzioni. Trova il suicidio, lo rifiuta di nuovo; alla fine la mente accetta il suicidio come soluzione, lo pianifica, lo identifica come l<nowiki>'</nowiki>unica risposta, l<nowiki>'</nowiki>unica opzione disponibile.

L<nowiki>'</nowiki>individuo sperimenta uno stato di costrizione psicologica, una visione tunnel, un restringimento delle opzioni normalmente disponibili. Emerge il pensiero dicotomico, ossia il restringimento del range delle opzioni a due soli rimedi (veramente poche per un range): avere una soluzione specifica o totale (quasi magica) oppure la cessazione (suicidio). Il suicidio è meglio comprensibile non come desiderio di morte, ma in termini di cessazione del flusso delle idee, come la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque risoluzione del dolore psicologico insopportabile. Quindi, in questi termini, il suicidio si configura come la soluzione perfetta per le angosce insopportabili della vita.

== Bibliografia ==

* Shneidman, E. S. (1964). Grand old man in suicidology. A review of Louis Dublin<nowiki>'</nowiki>s Suicide: a sociological study. Contemporary Psychology, 9, 370-371.
* Shneidman, E. S. (1985). Definition of suicide. Aronson, Northvale.
* Shneidman, E. S. (1993a). Suicide as psychache: A clinical approach to self-destructive behavior. Jason Aronson, Northvale.
* Shneidman, E. S. (1993b). Suicide as psychache. The Journal of Nervous and Mental Disease 181, 145-147
* Shneidman, E. S. (1996). The suicidal mind. Oxford University Press, New York.
* Shneidman, E. S. (1998). Suicide on my mind, Britannica on my table. American Scholar 67, 93-104.
* Shneidman, E. S. (2004). Autopsy of a suicidal mind. (Tr. It: Autopsia di una mente suicida, Fioriti Editore, 2006. Oxford University Press, New York.
* Shneidman, E. S. (2005). Anodyne Psychotherapy: A Psychological View of Suicide. Clinical Neuropsychiatry 2, 7-12.
* Shneidman, E. S., & Farberow, N. L. (1956). Clues to suicide. Public Health Reports 71, 109-114.
* Shneidman, E. S., & Farberow, N. L. (1957). Some comparisons between genuine and simulated suicide notes in terms of Mowrer's concepts of discomfort and relief. Journal of General Psychology, 56, 251-256.
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