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{{Libro|titolo = Fontamara
|autore = [[Ignazio Silone]]
|annoorig = 1933
|genere = [[Romanzo]]
|sottogenere = storico
|ambientazione = [[Abruzzo]], anni trenta
|lingua = it
}}
(contracted; show full)

Si scorge il sentimento religioso popolare quando nei dialoghi l'opera di deviazione del corso d'acqua è considerata un sacrilegio, un peccato contro [[Dio]], poiché cambia la natura che Egli ha creato.

== Trama ==
A partire dal 1º giugno del 1929 al paese non arriva più l'elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino firma una misteriosa “carta bianca”
 portata loro da un graduato della milizia (il cav. Pelino) che, con il passare delle pagine, si scoprirà essere l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione portandola ad irrigare i possedimenti dell'Impresario, un “galantuomo” che era diventato podestà del capoluogo. Egli era un imprenditore appoggiato dal regime che si era impossessato della carica di primo cittadino, cercando di favorire i propri interessi in tutti i modi. Capito l'inganno i fontamaresi si recano a casa dell'Impresario, dove tentano di convincerlo a ridare loro l'acqua, perché bene indispensabile per la loro sopravvivenza, ottenendo solo altri inganni che li lasciano senz'acqua e portano alla riduzione del loro salario. Dai soprusi ottenuti con le parole, si passa quindi ai soprusi fisici, con una violenta incursione delle squadracce fasciste, inviate a Fontamara sotto segnalazione del cav. Pelino, che aveva riscontrato comportamenti antifascisti. Allora uno di loro, Berardo Viola, l'uomo più forte e robusto del paese, in compagnia di uno dei narratori, decide di reagire tentando di trovare maggior fortuna fuori dal paese. Durante il viaggio verso l' America egli si rende conto che, al di fuori di Fontamara, sono cambiate molte cose. Quando ormai è evidente il fallimento di Berardo, a cui viene negato il lavoro perché in quanto Fontamarese è bollato come rivoluzionario, egli viene a conoscenza della morte di Elvira, la sua amata che egli avrebbe dovuto sposare non appena tornato dal suo “viaggio in cerca di lavoro”. Allora Berardo si convince che per lui la vita non ha più senso e decide di tornare a Fontamara. Alla stazione di Roma però avviene una svolta: incontra un partigiano (''l'Avezzanese''), già conosciuto in Abruzzo, che lo mette al corrente dell'avvento del fascismo e dei molti altri cambiamenti avvenuti in Italia e sconosciuti da tutti i fontamaresi. L'incontro a Roma con l'Avezzanese gli apre gli occhi sulla realtà che tutti stanno vivendo e gli fa prendere coscienza della situazione politica attuale. 
I due vengono arrestati per un equivoco e nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, il contadino sviluppa una notevole maturazione politica. Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Dopo questa falsa testimonianza lui e il suo compagno di viaggio vengono torturati perché rivelino i nomi dei complici fino all'atroce e ingiusta morte, fatta passare per suicidio, di Berardo. Venuti a conoscenza del fatto i fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui scrivono degli ingiusti soprusi subiti e della ingiusta morte del loro compaesano e lo portano nei villaggi vicini. La conclusione è tragica in quanto il regime decide di punire tutti i fontamaresi mandando una squadra della Milizia che fa strage di abitanti. Per fortuna però alcuni fontamaresi si salvano, e tra questi vi sono i tre narratori della storia che scappano all'estero dove incontrato (fittiziamente) l'autore e raccontano le loro vicissitudini.

=== Premesse ===
Scritto in esilio nel 1930, Fontamara è il primo dei libri con cui Silone, che ha abbandonato una militanza politica attiva, continua il suo impegno morale e civile con la letteratura. In primo luogo Silone ci rende nota la tremenda differenza tra quelli che chiama "cafoni", ovvero i contadini poveri che popolano sia Fontamara sia tanti paesi simili in tutto il mondo che lavorano la terra non per guadagnare, ma per sopravvivere, che si sforzano di estinguere i debiti contratti per superare l'inverno precedente, che parlano solo dialetto e ignorano la [[Lingua (linguistica)|lingua]] dei cittadini: l'[[Lingua italiana|italiano]], che sono ricchi se hanno un asino o un mulo; ed i cittadini che cambiano il mondo, lasciando i Fontamaresi spettatori.

Silone osserva che le discrepanze sono così notevoli che le due categorie costituiscono addirittura due razze distinte, diverse persino nel [[linguaggio]]; un cittadino e un cafone potranno parlare per ore senza comprendersi: per loro è impossibile discutere. Non è così, invece, tra i cafoni del resto del mondo che costituiscono un'unica razza e nella comunicazione riescono a superare le barriere linguistiche e intendersi a meraviglia.

Il personaggio che incarna il potere è quello dell'Impresario, abile uomo d'affari che ha saputo costruire la propria ricchezza in pochi anni, mentre la gente comune gettava il sangue sulla terra da secoli senza riuscire a racimolare qualche soldo per migliorare le proprie condizioni. 

Per questo motivo i contadini sostengono, invidiosi, che egli abbia trovato l'America a Fontamara, e i più sospettosi arrivano a supporre che egli sia il diavolo in persona.

L'autore, inoltre, ci narra delle tante burle dei cittadini ai danni dei Fontamaresi, come quando le donne intenzionate a parlare col podestà si recano al [[municipio]] e vengono derise da chi sostiene che porterebbero solo i pidocchi nello stabile, o come nell'aneddoto del parroco e dell'asino

=== La storia ===
{{Da correggere|errori sintattici ed ortografici|letteratura}} 

Il romanzo narra la storia di un vecchio paese della [[Marsica]], in Abruzzo, Fontamara, più arretrato e misero degli altri. Esso rimase per la prima volta senza illuminazione elettrica poiché nessuno pagava e si riabituò al chiaro di [[luna]].

Il giorno dopo, all'[[alba (giorno)|alba]], le mogli dei [[contadini]] si accorsero che un gruppo di [[operai]] lavorava per deviare il corso d'acqua con la quale i Fontamaresi irrigavano i campi. Subito i "cafoni" capirono l'inganno, poi le donne andarono verso il [[capoluogo]] per parlare col [[sindaco]], ma furono derise dalle guardie.

I [[carabinieri]] le accompagnarono poi a casa del podestà appena eletto, l'Impresario. Dopo varie discussioni il segretario del comune decise che tre quarti dell'[[acqua]] dovessero andare all'impresario e i tre quarti del rimanente ai Fontamaresi, spiegando come si trattasse di una decisione equa che garantiva a tutti la stessa quantità d'acqua: tre quarti, "cioè un po' più della metà". I cantonieri ripresero i lavori.

Berardo Viola decise di partire e far fortuna in [[Americhe|America]], ma non poté riuscirci a causa di una nuova legge. Trovò lavoro da bracciante fuori da Fontamara e faticava parecchio.

I rappresentanti dei cafoni della Marsica dovevano essere convocati ad [[Avezzano]] per ascoltare le decisioni del nuovo Governo di  [[Roma]] sulla questione del [[Fucino]].

Un giorno arrivò a Fontamara un camion che, gratis, portava i cafoni ad Avezzano. Salirono tutti sul camion, furono condotti in una grande piazza e successivamente dovettero gridare inni ai [[podestà]] mentre la piazza era attraversata da un'[[automobile]], poi potevano tornare a casa.

Intanto nel paese arrivarono dei camion con i militari fascisti che, fatta rincasare la popolazione, portarono via tutte le armi, violentarono le donne, uscirono in piazza e chiesero agli uomini che tornavano dal lavoro circa il [[Governo]], ma nessuno diede risposte soddisfacenti.

I Fontamaresi decisero di chiedere consiglio a Don Circostanza affinché egli trovasse un'occupazione in [[città]] per il povero Berardo.

I cantonieri finirono di scavare il nuovo letto per il ruscello e giunse l'ora della spartizione dell'[[acqua]]; i Fontamaresi videro che il livello dell'acqua destinata a loro scendeva sempre di più e capirono che sotto vi era l'inganno.

Berardo decise così di partire l'indomani, ma la sua avventura fu sfortunata perché tra tasse, avvocati e inghippi vari rimase senza soldi, senza lavoro e venne incarcerato poiché sospettato di essere il Solito Sconosciuto, un tale che cospirava contro il sistema attraverso la [[stampa]] clandestina. Nonostante Berardo fosse innocente, decise di addossarsi la colpa per permettere al vero Solito Sconosciuto di continuare la sua azione di propaganda. Verrà ucciso pochi giorni dopo nella sua cella e i poliziotti lo faranno passare per suicidio.

La storia giunse a Fontamara e i suoi abitanti decisero di scrivere allora un [[giornale]] con gli appunti lasciati dal Solito Sconosciuto e fu intitolato "[[Che fare?]]". <br />L'autore e altri cafoni andarono a distribuirlo negli altri paesi, ma mentre tornavano a Fontamara udirono degli spari. Era la guerra a Fontamara, chi aveva potuto era scappato, gli altri erano morti. Il narratore, il figlio e i pochi cafoni che erano con loro si salvarono nascondendosi nei campi. Non ebbero più notizie di nessuno del paese e vissero all'estero grazie all'aiuto del Solito Sconosciuto, ma non poterono restarci. Dopo tante pene, lutti, ingiustizie, odio, i cafoni superstiti si chiedono sempre: "Cosa facciamo?", portata loro da un graduato della milizia (il cav. Pelino), che, con il passare delle pagine, si scoprirà essere l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione portandola ad irrigare i possedimenti dell'Impresario, un “galantuomo” che era diventato podestà del capoluogo. Egli era un imprenditore appoggiato dal regime che si era impossessato della carica di primo cittadino, cercando di favorire i propri interessi in tutti i modi.<br />
Capito l'inganno, i fontamaresi si recano a casa dell'Impresario, per tentare di convincerlo a ridare loro l'acqua, perché bene indispensabile per la loro sopravvivenza, ottenendo solo altri inganni che li lasciano senz'acqua e portano alla riduzione del loro salario.<br />
Dai soprusi ottenuti con le parole, si passa quindi ai soprusi fisici, con una violenta incursione delle squadracce fasciste, inviate a Fontamara per segnalazione del cav. Pelino, che aveva riscontrato comportamenti antifascisti. Allora Berardo Viola, l'uomo più forte e robusto del paese, in compagnia di uno dei narratori, decide di reagire tentando di trovare maggior fortuna fuori dal paese.<br />
Durante il viaggio verso l' America egli si rende conto che, al di fuori di Fontamara, sono cambiate molte cose. Quando ormai è evidente il fallimento di Berardo, a cui viene negato il lavoro perché in quanto fontamarese è bollato come rivoluzionario, egli viene a conoscenza della morte di Elvira, la sua amata che egli avrebbe dovuto sposare non appena tornato dal suo viaggio in cerca di lavoro. Allora Berardo si convince che per lui la vita non ha più senso e decide di tornare a Fontamara.<br />
Alla stazione di Roma però avviene una svolta: incontra un partigiano (''l'Avezzanese''), già conosciuto in Abruzzo, che lo mette al corrente dell'avvento del fascismo e dei molti altri cambiamenti avvenuti in Italia e sconosciuti da tutti i fontamaresi. L'incontro a Roma con l'Avezzanese gli apre gli occhi sulla realtà che tutti stanno vivendo e gli fa prendere coscienza della situazione politica attuale. 
I due vengono arrestati per un equivoco e nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, il contadino sviluppa una notevole maturazione politica. Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Dopo questa falsa testimonianza lui e il suo compagno di viaggio vengono torturati perché rivelino i nomi dei complici fino all'atroce e ingiusta morte, fatta passare per suicidio, di Berardo.<br />
Venuti a conoscenza del fatto i fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui scrivono dei soprusi subiti e della ingiusta morte del loro compaesano, e lo portano nei villaggi vicini. La conclusione è tragica in quanto il regime decide di punire tutti i fontamaresi mandando una squadra della Milizia che fa strage di abitanti. Per fortuna però alcuni fontamaresi si salvano, e tra questi vi sono i tre narratori della storia che scappano all'estero dove incontrano (fittiziamente) l'autore e raccontano le loro vicissitudini.

=== Premesse ===
Scritto in esilio nel 1930, Fontamara è il primo dei libri con cui Silone, che ha abbandonato una militanza politica attiva, continua il suo impegno morale e civile con la letteratura. In primo luogo Silone ci rende nota la tremenda differenza tra quelli che chiama "cafoni", ovvero i contadini poveri che popolano sia Fontamara sia tanti paesi simili in tutto il mondo che lavorano la terra non per guadagnare, ma per sopravvivere, che si sforzano di estinguere i debiti contratti per superare l'inverno precedente, che parlano solo dialetto e ignorano la [[Lingua (linguistica)|lingua]] dei cittadini: l'[[Lingua italiana|italiano]], che sono ricchi se hanno un asino o un mulo; ed i cittadini che cambiano il mondo, lasciando i Fontamaresi spettatori.

Silone osserva che le discrepanze sono così notevoli che le due categorie costituiscono addirittura due razze distinte, diverse persino nel [[linguaggio]]; un cittadino e un cafone potranno parlare per ore senza comprendersi: per loro è impossibile discutere. Non è così, invece, tra i cafoni del resto del mondo che costituiscono un'unica razza e nella comunicazione riescono a superare le barriere linguistiche e intendersi a meraviglia.

Il personaggio che incarna il potere è quello dell'Impresario, abile uomo d'affari che ha saputo costruire la propria ricchezza in pochi anni, mentre la gente comune gettava il sangue sulla terra da secoli senza riuscire a racimolare qualche soldo per migliorare le proprie condizioni. 

Per questo motivo i contadini sostengono, invidiosi, che egli abbia trovato l'America a Fontamara, e i più sospettosi arrivano a supporre che egli sia il diavolo in persona.

L'autore, inoltre, ci narra delle tante burle dei cittadini ai danni dei Fontamaresi, come quando le donne intenzionate a parlare col podestà si recano al [[municipio]] e vengono derise da chi sostiene che porterebbero solo i pidocchi nello stabile, o come nell'aneddoto del parroco e dell'asino.

== Commento ==
Il narratore è interno e rappresentato da una famiglia di “cafoni”, i cui membri (gli zii di Elvira), sono Matalè, il marito Giuvà e il loro figlio che hanno ormai raggiunto in esilio l'autore, si alternano a raccontare, in un lungo [[flashback]], ciascuno le proprie esperienze.

=== I personaggi ===
(contracted; show full)
== Collegamenti esterni ==
* [http://www.silone.it/opere/fontamara.htm  Approfondimenti]

{{Portale|Abruzzo|letteratura}}

[[Categoria:Romanzi italiani]]
[[Categoria:Romanzi di Ignazio Silone]]